I RITI DELL'ESTATE

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Si stava meglio quando si stava peggio? La maggioranza degli italiani sembra pensarla così. Non sappiamo nel resto d’Europa. Oggi viviamo in un mondo in continua evoluzione; i tempi si sono enormemente accorciati e tutti i cambiamenti che prima si contavano in anni, adesso si contano in…giorni. Le grandi epidemie sembravano essere definitivamente debellate; invece ecco arrivare il Coronavirus con le sue strane varianti. Un virus anch’esso evoluto, figlio del nostro tempo. Anche di guerra non si parlava più. Almeno dalle nostre parti. La pace che si reggeva sul terrore della Bomba atomica, sembra vacillare. Parlare di “nucleare” non è più un tabù. I russi, nell’attuale conflitto contro l’Ucraina, ammettono che in qualsiasi momento, se minacciati, potrebbero ricorrervi. La Cina e l’India, parlano da super potenze: Cosa ci attende per il futuro? …“Âm’à vistu tuttu”-si dice dalle nostre parti-“alluvioni, terremoti, epidemie, matri c’ammazzunu ‘i figghi ‘a trarimentu, fimminicidi e siccità…manca sulu ca casca ‘u focu di l’aria!…”. Cosa non si farebbe per tornare indietro. E non soltanto per questioni puramente “anagrafiche”. Ma è possibile che alle generazioni del secondo ‘900, i tempi di oggi stiano così stretti!? Nel secondo dopoguerra si pensò di ricostruire ciò che era stato distrutto. Case, strade, monumenti, palazzi nobiliari, chiese. Man mano che la ricostruzione prendeva forma, si entrava nella consapevolezza di una normalità ormai conquistata. Impegno e voglia di riscatto non mancarono mai; anzi fecero da trampolino di lancio al cosiddetto “boom economico” degli anni sessanta. A partire dal primo di agosto, data di chiusura delle fabbriche, nella grandi autostrade del Centro Nord si notavano lunghe file di auto cariche di valigie. Nei bagagliai, tutto l’occorrente per trascorrere le ferie in serenità. Le famiglie si spostavano verso i luoghi di villeggiatura più tradizionali. Era un vero e proprio esodo. Le auto Fiat erano in maggioranza per le strade: 850, 1100, 600, 500. Poi le 126, 127 e 128. Quasi tutte pagate a… “cambiali”. Con lo stipendio medio di un operaio, senza strafare si arrivava agevolmente a fine mese. In circolazione, non solo auto italiane. Si vedevano i “Maggiolini” della tedesca Wolkswagen; la francese Citroen e l’americana Ford. Catania, con il suo artigianato locale e le sue fabbriche quasi tutte concentrate nella “moderna” zona industriale, era considerata la “Milano del Sud”. Milano però non possedeva la Plaja. Catania sì. Diciotto chilometri di costa sabbiosa dove si aprivano i lidi con le loro cabine di legno. Piccoli vani affastellati uno a fianco all’altro. Lungo le aperture, filari di passerelle “correvano” fino alla riva. Servivano a proteggere dalla sabbia rovente, i piedi dei bagnanti. Al centro del lido, una “rotonda” dove con appena una moneta da 50 lire si poteva ascoltare la musica dal Jukebox. Si cantava di “pinne, fucili ed occhiali”, di “ballo del mattone” di “stessa spiaggia e stesso mare” …nella “rotonda sul mare”. Le ragazze “abbronzatissime” e corteggiatissime avevano la pelle “spellata come un peperone”. Si “attraccava” facilmente con “la ragazza dell’ombrellone accanto”. E nelle notti di “luna calante”, le coppie scrivevano “T’amo sulla sabbia” prima che il vento a poco a poco se la portasse via. La classica dichiarazione d’amore molto comune a quei tempi. “Estate” cantava il celebre re dei Night, Bruno Martino. Dopo avere consumato una bibita o un gelato al bar, al bigliardino si giocava “a scrocco”; almeno fino a quando l’occhio vigile del gestore non andava verso la moneta posta di traverso per bloccare la leva che consentiva la discesa delle palline bianche. Così facendo, le partite non finivano mai. “Carusi… chiùriti ddocu; …picchì ora i palli mi stannu furiànnu ‘a mmia!!!”. A buon intenditore, poche parole. La sera si ballava e si eleggeva la “Miss” della giornata. A sud est della città, la scogliera era luogo decisamente più “chic”. Ambita meta di nobili, vip e professionisti. Il pianoforte del compianto maestro Pregadio, allietava le serate ai “Ciclopi”. Quello del mare era un rito che ufficialmente iniziava il 15 di giugno, ma per i ragazzi i primi tuffi coincidevano con l’ultimo giorno di scuola. Niente libri, solo costume da bagno. Il 15 settembre segnava la fine delle vacanze. L’inizio anticipato delle lezioni scolastiche per decreto governativo, ha poi sconvolto oggi cosa. Così venivano accorciati i tempi della villeggiatura per chi possedeva una casa in montagna, e della balneazione per chi preferiva il mare. L’entrata nella Unione Europea, ha imposto nuove regole alle quali tutti i cittadini avrebbero dovuto uniformarsi. La globalizzazione, imponendo cicli produttivi continui, ha determinato ritmi di lavoro estenuanti anche in piena estate.

 Pubblicato su La Sicilia del 26.06.'22