CARI VECCHI OGGETTI DELLA QUOTIDIANITA'

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“Tuttu chiddu ‘ca si jetta, mori” è un antico detto che ci ricorda quanto sia triste privarsi degli oggetti che ci sono stati cari. Il distacco è sempre difficile da accettare. Sono compagni e testimoni di un’epoca che comunque non potrà più tornare. Oggetti…di culto. “La lontananza che rimpicciolisce gli oggetti all’occhio”-asseriva il filosofo polacco Arthur Schopenhauer-li ingrandisce il pensiero”. E’ come se parlassero all’anima, ecco perché i collezionisti li raccolgono tenendoli ben stretti. Gli antiquari, invece, ne fanno utile commercio. La bellezza di un oggetto deriva in buona misura dalla sua patina, ma il valore affettivo vale molto più. Lo stesso dicasi se è parte anatomica dello stesso individuo. “Oh! Mustazzeddu miu, comu na pezza/ jisti a muriri dintra la munnizza,/ ognunu ti pista e ti disprezza,/ muristi senza aviri na carizza!(…).(“A bon’amma di lu me mustazzu”). Sono versi di Giovanni Formisano. All’interno dei mercatini delle pulci, il tempo sembra fermarsi. Si trovano oggetti di ogni tipo, conosciuti e no. Tutto passa, e loro con noi. Anche se in perfette condizioni, trascorso il loro momento, sono considerati vecchi, obsoleti, da buttare. Nell’immaginario collettivo, chi continua a possederli, viene visto come un “dèmodè”; un tipo “strano” e non un inguaribile romantico. Una volta, gli oggetti della quotidianità avevano una durata molto più lunga; con il sistema “usa e getta” di oggi, non c’è più nemmeno il tempo di affezionarsi. Nel caso degli odierni elettrodomestici, o delle moderne tecnologie elettroniche, la loro durata sembra ormai segnata sin dall’origine. “Ma cchi ‘a fari chiui!!?…Sunu m-marazzi: jittamuli! ” e giù nel cassonetto o nella discarica. Il poeta Nino Bulla la pensava diversamente quando scrisse una delle più belle liriche della sua vasta produzione dialettale: “Su ppi cinquant’unannu mi si stata fida cumpagna di la vita mia,/ ti tegnu intra l’anima stampata…vecchia camuliata scrivania;/ ca si quann’è ca ‘a veniri abbruciata putissimo stari ‘ncumpagnia/ ogni faida di focu addumàta/ fussi ‘n-vivu ricordo di puisia(…)( ‘A scrivania). Utensili, vestiti, mobili, oggetti da cucina, giocattoli, strumenti di lavoro, macchina o moto che sia, tutto si vorrebbe conservare: ma dove metterli? Con gli spazi abitativi sempre più stretti, non tutti possono permettersi ampi locali. Nell’economia domestica di un tempo, ogni cosa poteva tornare utile: “ ‘Ni po’ aggiuvari,…sàvvulu!”, si diceva. Quello che oggi chiamiamo “tetto morto”, una volta si chiamava soffitta. Ne erano dotate quasi tutte le case di villeggiatura e quelle molto antiche. Lì si trovava di tutto, polvere compresa. Dagli antichi “trispiti”, robusti manufatti in ferro su cui poggiavano tavole di legno per mantenere il materasso del letto ben dritto, alla “Spiritera” ( fornelletto con manico); dalle arrugginite forbici, alla cornice ovale con il ritratto della “Buonanima”. Dei vecchi attrezzi di lavoro, facevano parte i “panara”(ceste di vimini). Divenuti inservibili, al loro interno veniva riposta la “minuzzaglia”(piccoli scarti). Immancabile, “‘a cascia”(cassapanca). Di solito, all’interno di essa venivano depositati indumenti di ogni tipo. Per il gusto della sorpresa, aprirle dopo lungo tempo era un’emozione di non poco conto. Tra gli oggetti che destavano curiosità, le “tabacchiere” in radica. Le usavano “i nonni” per sniffare tabacco macinato. Ottimo deterrente contro l’influenza. Una volta abbandonate, era possibile rinvenire al loro interno qualche “dentino da latte” amorevolmente conservato come “souvenir”. Dentro involucri trasparenti, invece, si custodivano le prime “treccine” tagliate alle bambine. La mamma le avrebbe mostrate al futuro genero. Tra tutte quelle cianfrusaglie, il “bollitore ‘ppa ziringa” non poteva mancare. Serviva per sterilizzare la siringa prima dell’uso. All’interno, oltre ‘a “ugghia”, la caratteristica “seghetta” per aprire la fiala medicinale. Anche se ridotto in pessime condizioni, “l’Enteroclisma” destava sempre una forte repulsione. Nessuno, tranne i medici e le infermiere lo conoscevano con questo nome “tecnico”. Per tutti era “ ‘a lavanna!” Si riconosceva subito dal contenitore millimetrato in vetro, con un lungo tubo attaccato. Alla sua estremità, un beccuccio sormontato da piccola valvoletta alettata. Si usava reggendolo su un braccio alzato. Serviva per somministrare il clistere. Solitamente veniva usato per gli adulti. Per i bambini, si utilizzava invece la “pompetta” dal classico colore rossastro. “ No, ‘a lavanna nooo…”, gridavano terrorizzati i bambini alla vista di questi aggeggi; ma posti abbandonati in quell’angolo della soffitta, che paura possono destare ormai?

Nella foto, vecchi oggetti da soffitta.

Pubblicato su La Sicilia del 27 Marzo 2022 

 

 

 

 

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