OTTO MARZO: LOTTE, SVAGO E IL FEMMINISTA "FIMMINARO"

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Ci risiamo. Ai nostri giorni si dibatte sulla necessità di mantenere le quote rosa, quasi fosse una concessione e non un paritetico diritto per la donna partecipare ai più alti consessi politico-amministrativi della società. Ancor di più si studia come arginare una volta per tutte la triste piaga sempre crescente del femminicidio. Finora senza risultati apprezzabili. L’otto marzo dovrebbe festeggiare il raggiungimento di risultati concreti su questi fronti, ma spesso è occasione solo di divertimento collettivo. Comunque sia, il covid prima e ora la guerra in Ucraina, costringeranno le più irriducibili a cambiare anche quest’anno copione. Appariranno per le strade i soliti ambulanti con le mimose appena “spennate” dagli alberi, ma saranno molto meno le comitive del gentil sesso disposte a riunirsi nei pubblici locali. I mariti e i fidanzati comunque possono stare tranquilli; lontani sono i tempi in cui nelle discoteche o nei club privati, aitanti giovanotti facevano lo spogliarello davanti a una attenta ed “esultante” platea tutta al femminile. La famosa pedagogista Rosa Luxemburg che propose la giornata di lotta, non avrebbe voluto di certo questo tipo di festeggiamenti; non fosse altro perché si trattava di ricordare un evento luttuoso accaduto nel 1908 a New York. Quell’anno, il proprietario di una industria tessile bloccò tutte le porte dell’opificio per imprigionare le proprie operaie entrate in sciopero nel tentativo di ottenere migliori condizioni di lavoro. Alla fabbrica venne appiccato il fuoco e nell’incendio persero la vita 129 operaie rimaste intrappolate tra le fiamme. Da allora la festa della donna è andata avanti fino a trasformarsi in un vero e proprio business commerciale in tutto il mondo. Le lotte delle femministe militanti condotte a sostegno della parità dei sessi, si sono però rivelate decisive in molti campi della società. Sono stati prodotti libri, lanciati manifesti di pubblica denuncia, promossi convegni di alto profilo socio-politico, scoperti personaggi da aggiungere al già nutrito elenco di eroine distintisi per capacità, impegno e coraggio. Hanno contribuito non poco a rivoluzionare un modello di vita penalizzante per le donne di una volta. Era disumano quello che accadeva negli strati più popolari della società fino alla metà dello scorso secolo. In Sicilia le donne sgobbavano dalla mattina alla sera dipendendo totalmente degli uomini. Soprattutto per ciò che riguardava il denaro da amministrare in famiglia. Le donne erano in massima parte casalinghe impegnate nei lavori pesanti e senza un minimo di retribuzione e di…comprensione. Gli uomini non davano loro denaro; si limitavano a pagare la merce presa a “crirenza” dai vari bottegai, andandoci di persona alla fine della settimana. Raramente i mariti affidavano contanti alle mogli senza poi verificarne la destinazione. “Cchi ‘a fari che soddi”-dicevano- “non ci sugnu iù ca sbussu ogni simana?”. Altro capitolo era “ ‘a rota ppe figghi fimmini”. “‘A figghia ‘nfascia e a roba ‘nta Cascia” era il motto. Tutto sulle spalle della donna ricadeva, perché il marito spesso non capiva l’importanza di preparare la figlia al matrimonio. Meno male che i venditori di corredo davano la possibilità di pagare a piccole rate; così facendo, il sacrificio economico andava avanti per anni fino alla completa estinzione del debito. Si stabiliva la durata del sapone come dei vestiari. E l’acqua per lavarsi, la domenica, doveva essere utilizzata la stessa per tutti. Prima dall’uomo e poi da tutto il resto della famiglia. Nel momento in cui i vari movimenti femministi assunsero una piega ideologica, le loro azioni cominciarono a diventare sempre meno credibili nel tempo. Si organizzavano incontri e dibattiti con esponenti politici di parte. Meglio se donne. Le poche che sedevano un tempo in parlamento, si potevano contare sulla punta delle dita. A Catania nei primi anni ’80 successe un fatto curioso. Si trattò di una goliardata tutta catanese; definirla “liscia”, in questo caso forse è riduttivo. I giornali non dettero tanto peso alla cosa; oggi sarebbe stato diverso. Un caso simile lo avrebbero ricercato eccome. Si verificò nel corso di un partecipato convegno organizzato da una associazione femminista in un noto locale cittadino. Un uomo, impiegato pubblico, chiamato da una sua amica a testimoniare il proprio punto di vista sul ruolo delle femministe nel mondo, tra lo sconcerto dei presenti così esordì: “Cari amici e amiche, sono felice di parlare a questa platea trapunta di mimose; il sottoscritto, non è solo un convinto femminista ma anche un impenitente fimminaro”. Le risate iniziali dei presenti si trasformarono ben presto in un brusio sempre più accentuato. L’oratore finì anzitempo il suo discorso, guadagnando l’uscita rapidamente.

 

Pubblicato su La Sicilia del 6.03.2022