SCHERZI DI CARNEVALE

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Tra pandemia e guerra, anche il carnevale di quest’anno sta passando in sordina. Non un coriandolo si è notato per terra, né un carro si è visto sfilare tra le strade di Acireale. Gli estrosi vestiti di Misterbianco?…quelli sono andati sotto naftalina prima del previsto. Il prossimo anno speriamo sia più fortunato di questo, perché “il re burlone”, “ ovveru ‘u nannu, come lo chiamano nel palermitano, vuole continuare a dettare “lu so testamentu”. Sembrano lontani anni luce i tempi in cui il carnevale era atteso con frenesia e festeggiato con solennità quasi fosse una festa di precetto. Oggi si respira aria di rassegnazione. Sembra quasi uno scherzo del destino. Insieme alla spettacolarità dell’evento, è stata gravemente penalizzata l’industria del commercio. In epoca pre-covid, prima di arrivare alla consueta baldoria, c’era tutta una preparazione. Lo conferma un celebre proverbio riferito al 20 gennaio: “Ppi San Sabbastianu,’i maschiri ‘nchianu”( ‘ncianu, nel ragusano). Cominciavano così i primi scherzi. Una volta il carnevale coinvolgeva tutti: grandi e piccini. Tra i ragazzi, i giochi si tramandavano. Giochi puerili, ingenui, ma divertivano con semplicità. “Ci vai oggi all’appuntamentu!?”…”Cu cui?”…”Ca ccu cannaluariii! ”… C’era chi all’occhiello della giacca faceva sfoggio di una vistosa margherita; era “ ‘a maggherita sghiccia jacqua”. Chi la osservava da vicino, veniva investito da un improvviso getto d’acqua negli occhi. Era l’effetto di una pompetta azionata dal taschino interno. E questo era niente se paragonato alla bustina di “prurigghia”. Si trattava di una polverina dal colore marroncino che, soffiata addosso al malcapitato, procurava un fastidioso prurito alla pelle. Poteva durare per l’intera giornata se non si detergeva prontamente con acqua e sapone la parte interessata. Altra bustina da attenzionare era la polvere dello starnuto. A base di tabacco, bastava leggermente annusarla per starnutire continuamente. Silenziosa e mefitica era invece la “Fiala puzzolente” dal caratteristico odore di uovo marcio. Schiacciata in un luogo chiuso, necessitava aprire porte e finestre per almeno un paio d’ore. Il responsabile restava quasi sempre rigorosamente anonimo. Tra gli scherzi carnascialeschi praticati, ricordiamo la rumorosa piritera. Un cuscinetto d’aria che il buontempone di turno posizionava su uno sgabello. Il malcapitato che sbadatamente vi si sedeva, avvertiva un rumore facilmente…immaginabile. Per le strade imperversavano le “Callá”. Si praticava in gruppo. Sciamando lungo la via, si cercava il tipo adatto per fargliela. La scelta ricadeva sempre sull’individuo dal carattere serio e compunto. Mentre costui veniva distratto con una scusa qualsiasi, uno della comitiva aveva il compito di appiccicargli alle spalle una scritta ingiuriosa o il disegno di un “asso di bastone”. Ci voleva una mano ferma per compiere il gesto. Alla riuscita, in coro si gridava: “ A e i o u …cannaluari ca si tu!!!” L’epiteto finale variava a seconda delle locali tradizioni. Erano risate assicurate. Ancora di più se la “vittima” si lasciava andare a imprecazioni, proteste e invettive varie; in tal caso gli veniva ricordato che “Ppi cannaluari ogni sghézzu vali e cu s’affenni è maiali!”. Nelle famiglie tradizionali, le feste di ballo si svolgevano a casa. Quelle più remissive, consentivano soprattutto alle figlie femmine di andare in piazza a ballare. Era di moda indossare il dominò, un lungo mantello scuro con cappuccio che copriva totalmente il viso. Per i gruppi mascherati si doveva aspettare il “giovedì grasso” che precedeva di pochi giorni il gran finale del “martedì grasso”. A Catania, il raduno prediletto delle mascherine si svolgeva alla villa Bellini. I genitori portavano i propri bambini vestiti in maschera per una foto ricordo. Un discorso a parte merita la gastronomia. Per rimanere in tema, è sempre il maiale il re della tavola. “Pi cannaluari, si mangia ràssu” dice Nunzio Barbagallo che di recente ha realizzato uno studio su questa materia. Si comincia con i “maccarruni che cincu o setti puttusa”. Salsiccia, cotica di maiale e maccheroni annegati nel ragù, si fanno cuocere tutti insieme in un pentolone. A seconda della località, vasta e varia la produzione di dolci. Dalla “Mpagnuccata modicana” alle “ frittelle catanesi”; dalle “sfingi di riso” alla “pignolata al miele”, è tutto un trionfo del gusto. Le “mascherine con la glassa” e le “castagnole” sono una vera delizia. Le “chiacchiere di carnevale?”…sono le uniche che si mangiano volentieri..

Pubblicato su La Sicilia il 27.02.2022

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