MASCHERE DI CARNEVALE

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Quando lo scorso dieci di febbraio il governo ha disposto l’eliminazione delle mascherine all’aperto, qualcuno ha finemente ironizzato: “Ma comu…. sta arrivannu ‘u cannaluari e ni stannu facennu luari i Mascherini!!!???”. Un modo, certo, per esorcizzare i disagi del momento. Dopotutto, le feste carnevalesche, all’origine, nascono proprio per questo motivo. La trasgressione, la baldoria e la celia come forma di autorisarcimento per le fatiche quotidiane che ciascuno è costretto a sostenere. Tra raduni arcobaleno e sballi vari, secondo l’antropologa Cecilia Trocchi Gatto, “il carnevale è tutto l’anno”. In un contesto dove vige la più assoluta libertà, tutto diventa lecito. Prima dell’avvento penitenziale della Quaresima, la gente tende a sfogarsi più a lungo possibile. Ogni gerarchia viene annullata nel nome di un Re burlone, caricatura dei potenti oltre che del genere umano stesso. Essere, cioè, quello che nella vita reale non si è. In questo senso la maschera rappresenta l’essenza della molteplicità. Non a caso, il simbolo del teatro è raffigurato da due maschere: Una che ride e l’altra che manifesta una smorfia di dolore. Alberto Salustri(Roma 1871-1950) meglio conosciuto come “Trilussa”, in una delle sue più belle poesie satiriche consigliava: “… E tu che piagni, che ce guadagni? Gnente!/ ce guadagne che la gente dirà: Povero diavolo, te compatisco…me dispiace assai../ Ma in fonno, credi, non j’importa un cavolo./ Fa’ invece come me, ch’ho sempre riso/ e se te pija la malinconia/ coprete er viso co la faccia mia…/(La maschera). Indipendentemente dal carnevale, c’è chi la maschera la indossa metaforicamente per tutto l’anno. Lo diceva Pirandello: ”nella vita incontrerete più maschere che volti”. Dalle nostre parti, la maschera assume un significato dispregiativo. “S’àvissunu a mettiti ‘na maschira!” è l’imprecazione che sentiamo spesso in questi giorni. A seguito degli aumenti indiscriminati che stanno mettendo in ginocchio le famiglie e l’intera economia del Paese, c’è poco da stare allegri. Non bastavano le bollette, ma tutti i generi di prima necessità risentono, a cascata, di questo fenomeno. E non è uno scherzo. Presi come siamo dalle difficoltà del momento, che Carnevale sarà quello di quest’anno? Prima dell’avvento del secolo attuale, uno dei divertimenti preferiti durante il carnevale era di andare in giro mascherati, riempire le strade di briosi coriandoli e di ballare in piazza magari con persone sconosciute. Nascevano amicizie e amori. A volte anche risse. Ad essere trascurato negli ultimi tempi, è l’aspetto letterario di questa festa. Nei centri culturali o nei teatri, una volta si recitavano poesie burlesche, epigrammatiche o satiriche composte da famosi poeti dialettali. Erano conosciute come “carnevalate”. Una tradizione, questa, che ha radici molto lontane nel tempo. Per fortuna resistono ancora le maschere della commedia dell’arte italiana. Sono ammirate in tutto il mondo. Esse rispecchierebbero in forma caricaturale il carattere popolaresco del luogo. Così come Milano ha il suo “Meneghino”; Napoli il suo Pulcinella e Roma il suo Rugantino, anche noi abbiamo il nostro “Peppe Nappa” (o Nnappa). Il soprannome Nappa, in dialetto siciliano indica una stoffa utile per i “rattoppi”. Si riferisce agli abiti laceri e rattoppati simbolo per eccellenza di povertà. “Ti sta cumputtànnu comu a Peppennappa” non è affatto un complimento. La maschera è quella di un servo pigro e burlone. Come per il personaggio fiabesco di Giufà, riceve la propria razione di legnate per i guai procurati. Il suo costume è composto da una casacca dalle maniche lunghissime e dei calzoni azzurri, entrambi molto ampi e lunghi. Il cappellino è di feltro bianco o azzurro dalle falde rialzate sopra una stretta calotta piana. Fascia al collo e scarpe bianche con fibbie, completano l’abbigliamento. La sua storia non è stata troppo fortunata. Ha vissuto momenti di celebrità e altri di totale abbandono. In questi giorni la sua figura è stata rivalutata. Come maschera del suo antichissimo carnevale, negli anni ’50 del trascorso secolo venne per qualche tempo adottata dalla città di Sciacca. Grazie ad Alfredo Danese, illustre mecenate della cultura catanese e del teatro popolare siciliano, nel 1978 la maschera di Peppe Nappa fa la sua prima comparsa sui copioni del teatro dialettale.

Pubblicato su La Sicilia del 20.02.2022

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