IL NATALE AL TEMPO DELLA GLOBALIZZAZIONE

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 Cambiano i tempi, cambiano le abitudini, ma vogliamo cambiare anche le tradizioni natalizie? Il dibattito che si è acceso in questi ultimi anni sembra avere imboccato proprio questa direzione. “Carusi, non c’è chiu’ munnu! Su tunnassunu l’antichi”-dice l’uomo della strada-“Sinni vulissunu iri nautra vota ri unni vinnunu!” Meno male che a Natale….si diventa più buoni! Al tempo della globalizzazione dove tutto si mette in discussione a beneficio del bieco consumismo, c’era da aspettarselo. Ma il Natale no; quello non c’è Santo che tenga: non si tocca! Non è possibile cambiarlo sostituendolo con qualcos’altro che niente ha a che fare con i valori educativi che ha sempre espresso. “Chi nicchi nnacchi!?”( Che c’entra!?). Pronti a dare battaglia sono coloro che ai valori della religione cattolica ancora credono e ad essi si ispirano. Non solo. Quelli che vivono questo evento come una “magia”, sono ancora la stragrande maggioranza e vorrebbero condividerla con i propri figli come i genitori fecero con loro. “La magia del Natale” sembra una frase fatta, eppure c’è del vero in questo detto universalmente riconosciuto. Esso ha il potere di evocare i tempi passati, quando l’aria che si respirava era quella dei caminetti accesi, e le musiche che si ascoltavano erano degli zampognari “calati de muntagni” di Maletto, Randazzo e Bronte. Un suono tenue che annunciava il Natale nel contesto di una natura ancora non inquinata dai miasmi di un progresso troppo rapido e aggressivo. Davanti a una tavola imbandita di tutto o sia pure povera, l’importante era stare insieme. L’arte ha avuto nella raffigurazione della natività tanta fortuna. Così la musica e la letteratura. Ma come si fa a cancellare in un colpo solo secoli e secoli di tradizioni? E il Bambinello dove lo mettiamo se non nella sua povera mangiatura con accanto i sacri genitori? Il quadro della natività col bue e l’asinello si completa in quella modesta grotta di Betlemme. I tanto contestati simboli religiosi che mettono di fronte Laici e cattolici e la politica contro, ci riportano al tempo delle dispute medievali. Si ha l’impressione tuttavia che di questi simboli la nostra società ne abbia ancora molto di bisogno. Ritornare al passato può essere da stimolo per meglio comprendere il presente. Così se alcuni riti e manifestazioni spontanee sono scomparse, se non esiste più quel vitalismo di un tempo che ti portava a discutere e sognare davanti a un ceppo acceso in attesa di Babbo Natale, la tradizione prosegue sotto forma di rappresentazione teatrale. Nei saloni parrocchiali, all’interno delle chiese come nelle aule delle scuole, ancora si svolgono i rituali della “Cona”. Consiste, come si faceva una volta, nell’addobbo di un altarino della Sacra Famiglia dove per nove giorni, dal 16 dicembre al 24, gruppi di modesti musicisti meglio conosciuti come nonareddi, ciechi e malvestiti, accompagnati da voce solista recitavano e intonavano la Novena. Era talmente sentita questa tradizione, che nei quartieri di Catania si entrava in competizione. Scriveva un poeta: “Paru la Cona ‘nta lu me quartieri/ ‘a paru ancora comu fussi ajeri/Sparacogna, aranci e mannarini/du nnucchiceddi e…novi lumini/Virennila cchi mi pari bedda: è la Riggina di li me vanedda.(…)”. Nelle case private si usa ancora allestire artistici presepi e addobbare l’albero di Natale con palline e luci psichedeliche colorate. Benché quella dell’albero di Natale sia una tradizione importata dai Paesi nordici, le famiglie italiane ne hanno fatto un simbolo. Un simbolo natalizio da accostare al consumismo più che alla cristianita’. Si moltiplicano nei negozi o nelle associazioni private mostre e concorsi riservati ai presepi più belli. Una volta i pastori erano tutti di terracotta, poi si è passati alla plastica.Con i tempi che corrono, mi auguro che non ci impongano di rottamarli. Nelle mense si perpetua da secoli una solida tradizione gastronomica che vede al Sicilia primeggiare. A seconda dei gusti: “Scacciati cca tuma, cca sasizza o che spinaci; “Baccalaru frittu” e “Capuliatina”. “Angiddi squarati” di quelli che se non li cucini a puntino ti scappano dal piatto. Poi fino ad arrivare alla gustosa “Cassata cca ricotta”. Il tutto innaffiato da un buon vino novello stimpagnato il mese scorso. In quanto alle tradizionali giocate a carte in famiglia, tiene ancora banco il “Sette e mezzo” il “Piatto”, il gioco del “Cucu’” e il “mercante in fiera”. Quasi scomparsa almeno nelle famiglie perché considerato gioco d’azzardo, la “Zecchinetta”.

Nella foto, il libro-presepe

 

Pubblicato su La Sicilia del 15.12.'19

 

 

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