LA FESTA DEI "MORTI"

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Partiva tutto dal negozio della Impellizzeri, a Barriera. Era un negozio di giocattoli molto fornito nel quartiere. Lo chiamavamo ‘u negozio du “ bucareddu”, perché questo era il pecco attribuito al titolare. La moglie, invece, era conosciuta come ‘ a Signora du “Viulinu”; non perché suonasse questo strumento ma perché era talmente buona che alla gente povera la merce la faceva pagare ‘a viulinu; cioè a rate. Ai suoi tempi, dovette essere una bella donna; si vedeva dalla finezza del viso e dalla sua prestanza fisica. Il marito, invece, la bontà la mostrava dal viso e dalla sua gestualità simile a quella di un moderno cicisbeo. Così il cliente si sentiva a suo agio. Conducevo per mano mio padre in questo negozio, nel tentativo sempre riuscito di per farmi comprare l’occorrente per affrontare le battaglia dei “Morti”. Stella da sceriffo e cappello da cowboy; pistola , fucile e relative munizioni. Ogni anno erano armi sempre più sofisticate. È inutile dire che fui sempre a passo coi tempi. E così nel mio “arsenale” raccolsi pistole come “Susanna” (12 colpi), “Cobra”( 8 colpi), “Lanciarazzi”, fino all’innocua “Jugomatic” . Tra i fucili collezionati, oltre al “Bengala” della foto, ebbi il “Marines”( 40 colpi a ripetizione) “Winchester” e il temibile fucile ad aria compressa. Due scatole di cento gommini variamente colorati costavano duecento lire. Bastavano per una giornata di battaglia. I caps erano a parte. Una scatola costava cinquanta lire. Ne occorrevano almeno quattro. Fungevano da detonatore per far partire i proiettili di gomma che noi comunemente chiamavamo “gummetti”. La notte tra il l’1 e il 2 di novembre non si dormiva. Al mattino, i primi botti annunciavano l’inizio della battaglia. Una volta giunti sul campo, ci contavamo. In gruppo andavamo ad affrontare quelli delle altre vie. Per le strade non si udivano altro che continui spari. Si correva all’inseguimento dei “Nemici” zigzagando tra le auto. Nel pomeriggio, sapendo che sarebbero venuti i “Cannalicchioti” ben più attrezzati e agguerriti di noi ad affrontarci, si stipulava l’alleanza con i nemici contro cui si era combattuto la mattina. Ne andava dell’onore della Barriera. Stessa sinfonia. Le sparatorie erano secche e intense. Duravano il tempo di consumare le prime munizioni. Dopo il caricamento si ricominciava da dietro i muretti. La nostra base, ricordo, era ‘nto giardinu ‘i Marino, un piccolo appezzamento di terreno( oggi urbanizzato) che si estendeva a Nord dell’odierna V. Francesco Guglielmino. I ragazzi della Barriera Nord si riunivano invece alla Bbiviratura. I Condottieri della memoria? Ne cito solo uno: Carletto Bianchi. Mingherlino, scuro di carnagione, capelli al vento da guerrigliero. Aveva una straordinaria capacità di aggregazione. Un vero leader. Combatteva a testa bassa ed era sempre il primo a partire. Non guardava pericoli. Lottava “corpo a corpo” senza paura anche contro ragazzi più grandi e il doppio di lui. Difficilmente le prendeva. Era della mia stessa età ma al suo fianco mi sentivo al sicuro. Ebbimo sempre un buon rapporto anche se qualche screzio, a dire il vero, capito’ lo stesso. Carletto, finita l’epoca delle battaglie, si trasferì nel Nord Italia e di lui si perse ogni traccia. Alla fine della giornata, solo qualche livido dovuto ai proiettili di gomma che ti avevano colpito in qualche parte del corpo. Andava peggio a chi il gommino lo aveva ricevuto nell’occhio. Nel reparto oculistico degli ospedali ci finirono in molti. I primi anni ‘70 dello scorso secolo furono gli ultimi per gli amanti di questa tradizione. I più grandi non si rassegnavano a lasciarla. Faceva un certo effetto vedere certi “Pagghiola” inseguire i bambini con le pistole al seguito. L’uscita dei potenti fucili ad aria compressa e pistole lanciarazzi, consiglio’ alle autorità maggiori controlli. Si moltiplicarono i ferimenti anche gravi. Qualcuno fece pure uso di bombe carta assai pericolose. La forza pubblica perciò fu costretta a mettere fine al gioco.

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