FERRAGOSTO CATANESE

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“‘Ustu e riustu è capu d’immernu” recita un proverbio siciliano. Per chi sta soffrendo maledettamente il caldo di questi giorni “ ‘Na bedda vutata d’acqua ci vulissi comu ‘u pani!”. Eppure l’estate è ancora lunga; per certi versi tutta da vivere. Anche se le bizzarrie del tempo atmosferico degli ultimi anni consigliano una certa prudenza, le ferie agostane continuano a mantenere il loro particolare fascino. “Agosto? Mogliera mia non ti conosco”. Nelle Regioni più “emancipate” del Nord Italia, questo proverbio si rivolgeva alle famiglie d’alto ceto dove si usava andare in vacanza ciascuno per proprio conto: il marito in montagna, la moglie in spiaggia e viceversa. Su questo argomento, negli anni ’70 dello scorso secolo si sviluppò tutta una filmografia ironica e graffiante. Le vacanze sono sacre. Le spiagge prese d’assalto; negli hotel si registra il tutto esaurito e nelle città i turisti spadroneggiano. Chi preferisce il fresco ed il silenzio, sceglie località di montagna. Ma come sono cambiate le vacanze degli italiani dalla fine dello scorso secolo ad oggi? Tanto, tantissimo. Lontane sono le estati calde degli anni ’60. Lontane non solo nel tempo ma nelle abitudini. Stiamo parlando di “Archeologia della memoria”. Per riesumare i ricordi sepolti dal tempo basta ascoltare i complessi di quel periodo: dai “Giganti” ai “Dik Dik”, dai “Nomadi” agli “Equipe 84”; Dai “Camaleonti” ai “Bisonti”, tanto per citarne alcuni. E non parliamo de “ I Beatles”. Quel decennio viene ricordato con grande nostalgia perché con il boom economico le prospettive apparivano solo rosee all’orizzonte. Dal mitico Solleone “Abbronzante” naturale che ci ricorda Eduardo Vianello nella canzone “Abbronzatissima” A “L’ estate sta finendo”” dei fratelli Righeira, fu tutta una “Calata”. Nello spazio di un ventennio, spenti i Jukebox, fu notte fonda. “Notte di luna Calante” avrebbe profeticamente cantato Domenico Modugno del quale pochi giorni fa sono stati ricordati i venticinque anni dalla scomparsa. A Catania, le vacanze si trascorrevano senza problemi. Visto che il buon Dio in un perimetro ristretto ha donato alla città il mare, la collina e la montagna, c’era l’imbarazzo della scelta. D’inverno si sciava sull’Etna, in estate si andava al mare senza troppi sforzi. Allora come oggi. A seconda del ceto di appartenenza, si andava alla Scogliera o alla Playa. Andare a Taormina era un lusso che solo pochi giovani potevano concedersi. Alla Playa, interi nuclei familiari vi mettevano piede a metà giugno e fino alla metà settembre era tutto un divertimento. Durante l’anno si mettevano da parte i soldi per l’affitto della cabina. Scelto il lido, ci si trasferiva armi e bagagli. Un rito che si ripeteva negli anni a seguire. “Stessa spiaggia stesso mare” cantava Mina Mazzini. Nascevano amori, nuove amicizie, si consolidavano o si scioglievano legami. Quando si incontravano conoscenti, veniva spontaneo esclamare: “Bihhh!!! Vadda cu c’e’!?” Mogli, mariti e figli, con al seguito suocere cognati e nonni, tutti “ ‘O lidu ‘o bagnu!!!”. Era una vera festa per la famiglia, anche se non mancavano gli screzi spesso per futili motivi. I costumi per i giovani cominciavano e essere un po’ più succinti, mentre gli uomini più maturi indossavano box unica tinta. Quello che più contava per “fare colpo” era il colore. I più sgargianti possibili. E per le donne? Il pezzo unico. Di fronte a un raro Bikini a fiorellini variopinti, i mariti allungavano gli occhi più del dovuto. E allora ecco arrivare l’anatema delle rispettive mogli: “Cca ‘a ‘natr’annu non ci vinemu cchiui’” “Quando si giocava a carte, c’era sempre qualcuno che non sapeva perdere. E intanto i ragazzi giocavano ai tamburello, alle bocce e si eleggeva la “Miss” di turno: la più carina, la più simpatica. Quella che per tre mesi aveva sfoderato le proprie arti seduttrici, un “Posto al sole” nella classifica finale lo otteneva sempre. Paletta, secchiello e criu acquistati al modico prezzo di 500 lire “ppi strata”, vicinu ‘o faru, erano gli arnesi graditi ai bambini. Poi si passava alle pinne complete di maschera e tubo. Per i più piccoli, quelli che non sapevano nuotare, c’era “ ‘U savvaggenti ca’ papira”. I nonni un po’ imbranati indossavano la “Ciambella” di camera d’aria ricavata da una grossa ruota di camion. Dopo i falò di Ferragosto sulla spiaggia( oggi proibiti) e le pantagrueliche cene a base di “Pasta cca sassa”, “Caponatina” e “Panini co’salami”, l’estate sembrava scivolare via rapidamente. Tutte le ferie finivano a fine agosto quando dopo un mese di riposo riaprivano le fabbriche. Chi si era spostato per trascorrere le vacanze in altre città faceva ritorno con le valigie stipate sopra il porta bagagli montato sul tettuccio dell’automobile. Era l’immagine plastica di una Italia ancora senza lo spread.

 

Pubblicato su La Sicilia dell'11-8-2019

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