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L’ultima corsa della Circumetnea

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Il tempo corre anche lui sui binari della Ferrovia Circumetnea. Peccato però che, come dice il proverbio: “U bonu tempu, non dura tuttu ‘ntempu”. Si nasce e si muore, com’è nella natura di tutte le cose di questo mondo. Nulla è eterno. Rimangono sì ricordi personali, ma anche quelli sono…a tempo. Meno male che ci sono i libri di storia; essi soltanto possono riportarci indietro nel tempo. Sventolano fazzoletti d’addio alla “Stazione Borgo” della Ferrovia Circumetnea di Catania. Ieri, lungo la tratta Catania-Riposto, l’ultima corsa. Una soppressione decisa per consentire l’avanzamento dei lavoratori della metropolitana  Catania-Adrano i cui lavori sono in corso di svolgimento. Il progresso a Catania, a quanto pare è destinato ancora a riservarci altre sorprese. Per i prossimi anni, sul fronte delle ferrovie sono previsti ulteriori importanti e innovativi cambiamenti.  Lacrime di commozione tra il personale addetto e tra i passeggeri viaggianti. Forse tra loro ci sarà stato pure qualche automobilista intollerante. Lo stesso che davanti alla scampanellata del passaggio a livello in chiusura, ne avrà maledetto l’esistenza. “Pari ca’ aspittava a mia”-si sarà detto- “‘a cchi schifíu è…picchì ne’ leunu sti caspita di treni?!!!” Ma ogni “addio”  fa sempre scordare i vecchi rancori. Adesso ci siamo. Lunghi silenzi come quando si accompagna un defunto al cimitero. Così, dopo un fedele e utile servizio durato la bellezza di quasi 140 anni: Fine della corsa, si scende. La Circumetnea è una ferrovia a scartamento ridotto che circumnaviga l’Etna mostrandola in tutti i suoi aspetti  più suggestivi. Milioni di persone per tutto questo tempo si sono spostati verso il capoluogo e viceversa.  Questo “giro”  pendolare ritmico, a volte noioso, monotono e sferragliante, ma non per questo meno romantico ed accogliente, ha ospitato studenti(oggi stimati professionisti), sonnecchianti operai prostrati dalla lunga fatica giornaliera, turisti ed emigranti. Questi ultimi, tornati nel luogo d’origine per trascorrere le proprie vacanze prima del rientro in terra straniera, davano libero sfogo alle originarie abitudini. Durante il tragitto, uno spuntino a pane e olive se lo concedevano volentieri. In aggiunta, il  bicchiere di vino raccattato nella putìa ubicata nei pressi della stazione non poteva mancare. Questo spiega il motivo delle tappezzerie perennemente macchiate e qualche “nozzolo”  “piedi piedi”, sfuggito all’occhio attento del puliziere di turno. “Cu mangia fa muddichi”, tanto per spiegare la funzione prettamente popolare del servizio. Bronte, Maletto Randazzo, Adrano S. Maria di Licodia, Paternò, Misterbianco da un lato, Riposto e gli altri centri Jonici dall’altro; sono tra i paesini che più hanno usufruito del servizio ferrato.  Senza contare i centri montagnosi di Cerami, Nicosia, Troina e Gangi i quali senza un intervento energico delle rispettive popolazioni, rischiavano seriamente di rimanere fuori dal progetto originario ideato, portato avanti e concluso dall’Ingegnere inglese Robert Trewhella. Dal finestrino potevi ammirare quella natura selvaggia fatta di lava e di ginestre più volte illustrata dai pittori e celebrata nelle memorie di noti viaggiatori.  Goethe e De Amicis, viaggiando con la Circumetnea, restarono affascinati dei panorami osservati durante il tragitto. De Amicis, nel suo “Viaggio in Sicilia” del 1905, rimasto impressionato ebbe a scrivere; “ O mio benevolo lettore che andrai un giorno a Catania, ricordati di fare il giro della Ferrovia Circumetnea, e dirai che è il viaggio circolare più incantevole che si possa fare in sette ore sulla faccia della terra”(…). Una volta soppresso l’attraversamento del capoluogo, il servizio è andato assottigliandosi sempre più.  Da qualche anno gira sui social un video “muto” dell’istituto luce. Si vede la via etnea affollata di cittadini di varia estrazione. Escono tutti dalla chiesa dei Minoriti affollando la strada attraversata dalle carrozze. Alcuni di loro si avvedono dell’operatore e lo guardano quasi fosse un “alieno”. Le immagini poi si spostano su alcune stazioni della “Circum” dove comincia l’attraversamento lungo quelle lande solitarie circondate da Fichi d’India e oleandri. Si nota subito che doveva trattarsi di uno spot pubblicitario probabilmente commissionato dalla stessa “Circum”. Il video risalirebbe agli inizi del secolo scorso,  finisce appena si intravede il tunnel della stazione Borgo. Le vetture, quelle che comunemente chiamavamo “Littorine”  perché al “tempo del fascio” questo nome gli era stato attribuito, già sin dagli anni ’90  sono ormai un lontano ricordo.  A Catania, quella scatola ferrosa e fumante, non sfuggì all’ironia dei catanesi che a loro volta la ribattezzarono “ ‘a Cafittera”. 

Catania 16.06.2024

                                                                                                                                              

L’AUTONOMIA DIFFERENZIATA E LO STATUTO AUTONOMISTA SICILIANO

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La recente approvazione della legge sull’ autonomia differenziata, ha riportato alla memoria la vecchia questione dell’autonomia siciliana. Nessun confronto, solo alcune rievocazioni storiche. La scia velenosa, rumorosa e polemica che in questi giorni si sta sviluppando da sud a nord, sembra però essere in contraddizione con la storia. Si invoca perfino il referendum abrogativo nel segno di quella Unità che dai banchi dell’opposizione si considera minacciata. A Catania, qualcuno ha ironicamente commentato: “Si viri ca sti pulitici mangiunu pani scuddatu!”. Fino a qualche tempo fa, quando in Sicilia si parlava di autonomia, erano in molti a storcere il naso. Ma c’era pure chi qualche sorrisetto lo faceva sotto i “baffi”(anche se non li aveva). Non perché non la volesse, anzi tutt’altro. Perché a quasi settant’anni dal varo, 15 maggio 1948, la sua applicazione si è rivelata del tutto insufficiente, se non addirittura inconsistente. Una vera e propria beffa, se proprio la vogliamo dire tutta. Eppure a suo tempo fu fortemente invocata addirittura nelle forme più estreme: quelle cioè inneggianti al separatismo. Per questa causa vi furono dei morti. Sulla questione si sono espressi autorevoli storici e politologi. Quasi tutti convergono su un punto:  lo Statuto autonomistico siciliano  sarebbe stato  “Uno specchietto per le allodole” , o forse un “contentino” dato in pasto dal neonato governo repubblicano per sedare gli animi dei  gruppi separatisti sparsi in tutta l’Isola. Alcuni di essi fondarono un regolare partito, il M.I.S.( Movimento Indipendentista Siciliano), altri invece imbracciarono addirittura le armi. Tutto nasce dal fatto che i vecchi malumori post -unitari non si erano mai sopiti.  “Arsa l’arma a Garibaldi”-sostenevano i più accaniti-“ il barbuto generale ha agito in combutta con i Savoia i quali hanno depredato la Sicilia per risanare le finanze dei piemontesi indebolite delle guerre d’indipendenza”. “Mpriulai jardini di rosi/ pi cògghiri simenza di zammàra/”-scriveva il poeta nativo di Catenanova ma catanese di adozione, Venero Maccarrone(Turi Lima)- “e m’astutaru dintra l’occhi/ travi di focu”.(Ju Sicilia). Il gruppo dirigente che perorava la causa della separazione politico-amministrativa dall’Italia, convinto com’era  che le forze economiche dell’Isola lo consentissero, lottarono per la separazione “costi quel che costi”.  Ci tentarono con la forza dei numeri, ottenendo discreti risultati. Gli onorevoli Andrea Finocchiaro Aprile, Antonino Varvaro, Attilio Castrogiovanni, Concetto Gallo sedettero in Parlamento. Chi in quello nazionale, chi in quello regionale; si distinsero per la forza delle proprie convinzioni. In quel preciso contesto storico, rappresentavano la voce di un popolo che si sentiva “tradito”  dalle legittime aspettative unitarie. Si batterono per portare “a casa” qualcosa di utile come forma “risarcitoria”.  Ottennero uno Statuto che, “Sulla carta”, appariva innovativo e soprattutto utile per lo sviluppo economico, sociale e culturale della Sicilia.  Alla luce del risultato finale e dopo tante lotte sostenute, l’esito fu deludente. Anno dopo anno, quella che doveva essere la Carta costituzionale, andava sempre più sbiadendosi. Lo Statuto, così venne svuotato dalle fondamenta. Vilipeso. Di chi la colpa? Di “Uno, nessuno e centomila” avrebbe risposto il grande Pirandello. Le critiche si abbattevano tutte le volte che veniva fatto rilevare lo stato di arretratezza dell’Isola. I tentativi compiuti( o soltanto promessi) di ridargli una effettiva “vitalità” sono stati vani.  Subito dopo la seconda guerra mondiale, nell’Isola era scoppiato il caos. Troppe armi ancora circolavano: anche tra la popolazione civile. Qualcuno pensò che fosse giunto il momento di tentare il “colpo di mano”: anche militare se fosse stato necessario.  L’ala militarista dell’E.V.I.S. ( Esercito Volontario per  l’Indipendenza della Sicilia), si batté questo. Mise in campo tutte le risorse possibili, andando però a scontrarsi con le forze dell’ordine prima e con l’abile tessitura diplomatica messa in campo dal nascente governo repubblicano, dopo. Proprio in questi giorni, come ogni anno, gli indipendentisti in forma ristretta ricordano  l’eccidio di “Murazzu ruttu” , nei pressi di Randazzo. In questo luogo, 17 Giugno del 1945, in uno scontro a fuoco con i carabinieri trovarono la morte Antonio Canepa e quattro giovani studenti tutti animati dalla medesima causa rivoluzionaria. Canepa, docente universitario, era stato l’autore del libro “La Sicilia ai Siciliani”. Si trattava di un vero e proprio “statuto” da applicare nel caso in cui l’Isola avesse ottenuto la sospirata indipendenza.   

Nella foto, la Bandiera siciliana

Pubblicato su “La Sicilia” del 23.06.2024

                                                                                                                                                           

 

  

LA SCOMPARSA DEL MISTICO DOMENICO FICHERA

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E’ scomparso ieri notte nella sua casa di via Curia, Domenico Fichera, l’uomo con le stimmate. Era nato a Catania nell’agosto del 1946. Nel popolare quartiere del Fortino, esattamente nella località meglio conosciuta come ‘a Raziedda(dall’antica chiesetta oggi in completo dissesto) dove abitava, lo conoscevano tutti. Un via vai continuo di persone, amici e parenti venuti a testimoniare il proprio affetto e salutare quello che per loro era un vero e proprio benefattore, un mistico. Nelle pareti, i quadri del pittore Vittorio Ribaudo suo grande amico ed estimatore. L’uomo che invitava a seguire la messa e a fare del bene al prossimo senza nulla a pretendere, sarebbe stato un “predestinato”. Per suo tramite questo le avrebbe dettato di fare la Vergine Maria durante le sue innumerevoli apparizioni. Lo ha fatto. In effetti, i segni della santità li aveva tutti. Stimmate nei piedi, nel costato e nelle mani. Sulla fronte, ben evidente il segno di una croce cicatrizzata affondata nella carne viva. Davvero impressionante. Un mistero che solo la fede può giustificare. Neanche i medici che lo hanno esaminato in passato hanno potuto dare una spiegazione scientifica. Da piccoli”-dice il fratello Salvatore-“andavamo io e lui a fare i chierichetti”. Ma, secondo quando affermato dallaprofessoressa Sebastiana Brigida Schillaci che si definisce una delle sue figlie spirituali, “solo in un secondo tempo cominciò ad avere i primi segnali mariani”. La docente è commossa ma determinata nel suo racconto: “ Era l’8 dicembre del 1994, giorno dell’Immacolata Concezione” quando nella località marina di Agnone bagni dove l’uomo si trovava, ha sognato la Madonna. La Vergine Maria avrebbe preannunziato a Domenico l’insorgere dei Segni di Cristo sul corpo”. Da allora le stimmate sanguinanti lo hanno continuato a tormentare per tutto il resto della sua vita.

Nella foto, ritratto di Domenico Fichera. Opera di V. Ribaudo

TURISMO A CATANIA

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Non si può dire che con l’arrivo della bella stagione, il turismo sia “esploso” anche quest’anno. A Catania i turisti ci sono sempre. Ogni anno il centro storico e i luoghi turistici, risultano sempre più affollati. Quando inizia la stagione estiva, il flusso si sposta inevitabilmente verso le zone balneari. Soprattutto alla plaja e alla scogliera. E’ necessario indossare il cappello, perché chi viene nella nostra Isola sa bene che in Sicilia  il sole picchia davvero forte. Presi d’assalto anche i paesini pedemontani, le strutture ricettive dell’Etna lavorano tutto l’anno. Per mare cielo e terra, i turisti arrivano a frotte da tutto il mondo. Il proposito è quello di ammirare le bellezze di una città che possiede tutto. Di più madre natura non poteva darle a Catania. Il mare, la collina, la montagna, la storia e un clima così mite da consentire ai “forestieri” di mettersi in maniche di camicia o di indossare bermuda anche nel mese di dicembre. Porto e aeroporto sono quasi tutti i giorni affollati. In città, pullman e trenini turistici circolano liberamente verso i siti storici; il loro lento incedere finisce per provocare ingorghi lungo il percorso. Tra le strade strette e con le macchine parcheggiate in entrambi i lati, è impossibile ogni tentativo di sorpasso da parte degli automobilisti. Inevitabili le proteste da parte loro. “E com’è”-sbottano affacciando la testa dal finestrino-… “No’ putiti fari di sira stu travagghiu?!!…giustu giustu ora??!!” Di solito, l’autista lascia correre; non risponde nemmeno. Se risponde lo fa con un pizzico di ironia: “Di notti si rommi!!!”-dice. Per chi ha fretta, perciò, non resta che farsene una ragione. Dalle nostre parti l’estate si spinge fino al mese di Novembre(  ppe motti). I giorni più freddi, di solito sono quelli di gennaio e febbraio. In questo periodo l’Etna appare ammantata di bianco. La neve prova timidamente a imbiancare i tetti della città; non avendo la giusta consistenza, si scioglie subito. Diventa semplice  “Acquazzina”, niente di più. Quando arriva aprile, per i catanesi invece  non è ancora tempo di togliersi giacca e cappotto. “Aprili non livàri e non mintìri” si dice. Questo è un proverbio che riferito al cambio del guardaroba di stagione, invita alla cautela. In questo periodo sono pure in agguato  le allergie causate dai pollini fluttuanti nell’aria. Attenzione però: qualche pioggerellina è ancora in agguato. A Maggio, in particolare. Non è intensa, ma tanto basta per diventare fastidiosa. Poche gocce, il fenomeno è meglio conosciuto come        “I cacateddi ‘i maju”. In questi giorni ne abbiamo avuto prova. “I cacateddi” sporcano le macchine, costringendo gli automobilisti a recarsi al più vicino lavaggio. Tornando al turismo. Ancora oggi al centro storico del capoluogo etneo continuano ad affiorare tracce dell’antichità. Ovunque si scavi, ecco emergere un muro o la stanza di un’antico edificio. La storia di Catania è stata segnata nel tempo da cataclismi devastanti. Il paragone con “l’araba fenice” che risorge dalle proprie ceneri è appropriato. Il problema è che questi ritrovamenti non  si riesce a salvaguardarli. Renderli visibili ai turisti, sia pure in minima parte, non sarebbe affatto male. Anzi. Quello che oggi conosciamo è poca cosa rispetto a quello che ci sta sottoterra. Negli anni ‘50 dello scorso secolo,  importanti resti archeologici iniziati da Guido Libertini e affidati al collega Giovanni Rizza, portarono alla scoperta in via dottor Consoli, di una necropoli di età ellenistico-romana. Sepolture cristiane in una Basilica tricora. La scoperta suscitò molto interesse e aprì nuove ipotesi sui dintorni dell’antico “Lago di Nicito” inghiottito dalle lave del 1669. Storici e giornalisti dell’epoca scrissero pagine memorabili sull’argomento. L’ intenzione era di realizzare un giardino archeologico in quell’area. Invece la chiusero frettolosamente per consentire la costruzione di un edificio privato. A malapena si riuscirono a salvare i preziosi mosaici artistici lì rinvenuti. Vennero aggiunti ai “tesori” del Castello Ursino. Il fenomeno si è  poi ripetuto nel tempo, con altri rinvenimenti archeologici scoperti e…ricoperti.  I resti di una necropoli scoperta sempre negli anni ’50, sotto il palazzo della rinascente. Nessun accesso è consentito; men che meno ai turisti. Non sappiamo se esiste ancora. Stesso discorso per la via Crociferi e piazza Cardinale Pappalardo(ex piazza duca di Genova) alla Civita . In quest’ultimo sito, si è preferito chiudere gli scavi anziché lasciarli visibili a cittadini e turisti. Durante i lavori di ristrutturazione erano emersi antichi manufatti di epoca medievale. A quanto pare, dalle nostre parti non c’è l’attitudine a incrementare i percorsi storici oltre quelli già conosciuti. Un vero peccato. Si continua a “seppellire” il passato, per salvaguardare appena qualche metro di spazio in più.  

Nella foto, un tratto dello scavo archeologico di v.dott.Consoli

                                                                                                                                                            

INFLUENCER DI OGGI, VANNIATURI DI IERI

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E’ vero, “ ‘A vanniata è menza vinnita”. Questo proverbio tipicamente siculo, è stato e sarà sempre di grande attualità. Si riferisce alla necessità di pubblicizzare un dato prodotto. Oggi si “vannia” da tutte le parti. Alla radio come alla televisione;  al telefono come al computer è un continuo “vanniari” quotidiano. A volte “vanniano” pure gli utenti che non ne possono più dei  molesti “Call center”. Telefonano in tutte le ore della giornata infastidendo la gente. Le continue interruzioni nel bel mezzo dei programmi televisivi, sono una vera ossessione.  Pubblicità, pubblicità dappertutto. Nei grandi cartelloni, il viso sorridente di personaggi famosi vengono  riprodotti in primo piano. “I soddi, fanu soddi.” Di fronte a una possibilità di guadagno, davanti a un contratto “sostanzioso”, neanche Paperon de Paperoni si tirerebbe indietro. Il termine “spam” entrato nel lessico comune delle lamentele giornaliere, tutte le volte che si pronunzia suona come una dolorosa “schioppettata”. Tutto sommato, però, “Necessità obbliga liggi.” Un prodotto non reclamizzato, buono o scarso che sia, resterà sempre nel dimenticatoio. Verrà superato da altri. Da quando esiste il mondo, la legge del mercato è sempre stata spietata. Impone continui cambiamenti e accorgimenti tendenti a soddisfare i gusti sempre più sofisticati della clientela. Soprattutto nel commercio, è fondamentale azzeccare il messaggio da lanciare. E’ destinato a rimanere al “palo” quel commerciante che non avrà saputo rendere il proprio prodotto(anche se scarso), “visibile” e  più accattivante di un altro. In questo caso, meglio cambiare mestiere. Quello che non  fece una certa Wanna Marchi che il mestiere invece lo conosceva benissimo.  Affiancata successivamente dalla figlia, passò alla storia per le sue “trovate” pubblicitarie. Le “gridava” istericamente fino a convincere la clientela a comprare il prodotto che diceva lei. La sua figura sembrava “bucare” il video. Possedeva le appropriate qualità per arrivare allo scopo prefissato. Potenza della parola. Eravamo nel pieno degli anni ’80 dello scorso secolo.  Molto stava cambiando in quel  periodo.  “ Mih! Chissa fa nesciri ‘u suli do’ puzzu” si diceva a Catania. In principio furono i banditori. “Sintiti, sintiti, sintiti!”… Esordivano così. Per richiamare l’attenzione,  usavano campanacci e tamburi. Ma la loro arte consisteva nel sapere dosare bene pause e toni. Non era affatto semplice. Si muovevano tirandosi dietro uno stuolo di persone che li seguivano per svariati motivi. I ragazzi li deridevano facendogli il “verso”. Gli strilloni erano un po' più intellettuali: reclamizzavano i giornali anticipando le notizie di cronaca che potevano interessare. Quelli eclatanti, li enfatizzavano aggiungendo considerazioni del tutto personali. Mentre una volta veniva spontaneo reclamizzare un prodotto usando la lingua più che il cervello, oggi avviene il contrario. Le nuove tecnologie impongono studi sempre più moderni e innovativi. Si fa ricorso alla psicologia per stimolare i bisogni del cliente. Non solo. Anche i requisiti estetici fanno parte del gioco. Anzi. Le “grazie” femminili in primis. E’ caduta quella maschera che da tempo celava un certo “bigottismo” di facciata. Alla voce “influencer” spiccano le figure delle cosiddette “Top model”. Ragazze molto belle; esili, quasi diafane. Badano al “girovita” prima che alla vita stessa. Per loro il buon risultato è quasi sempre assicurato. A loro ricorrono le aziende più facoltose. In questo campo però non sono da meno ragazzi e uomini di bell’aspetto. Al contrario, vengono preferiti muscolosi, cioè “palestrati”.  Da quando i social hanno fatto “irruzione” nella società, un nuovo mondo si è aperto. Tutto è diventato “virale”. I primi a esserne contagiati sono i giovani clienti delle varie piattaforme che si confrontano innanzitutto sui dati di ascolto. Ci sarà col tempo un “vaccino” capace di debellarne il contagio?  Oggi più che mai è il caso di dirlo: “Il tempo è denaro”.  Intanto la voce “allenata” del  venditore ambulante ormai è difficile ascoltarla per strada. Diventa sempre più “fioca”. Fortunatamente resiste ancora nei mercati o nel ricordo di qualche nostalgico. In televisione, gli “spot” impazzano. C’è la corsa a chi la “spara” più grossa. Sono quasi tutti sofisticati e sicuramente molto costosi. Alcuni addirittura inguardabili. Quelli “provocatori” finiscono per diventare divisivi nel momento in cui recano messaggi subliminali ideologizzanti. Lontani sono i tempi del “Carosello”. Appassionava soprattutto i bambini. I contenuti di quel programma erano molto efficaci e costruttivi, recavano la firma di affermati esponenti della letteratura. I personaggi scelti appartenevano tutti al mondo dello spettacolo. Possedevano un modo accattivante di reclamizzare il prodotto. Quando arrivava la sigla, si era già a tavola per la cena. Dopo, tutti ‘a nanna.

Pubblicato su “La Sicilia” del 28.04.2024

                                                                                                                                                          

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