Moda Costume e Società

Catania: “Sacrario dei caduti in guerra” e il suo degrado

Share

Novembre è il mese dedicato ai defunti. Anche quelli che sono caduti in guerra per difendere la Patria. Sul concetto di Patria, da qualche tempo si è riacceso un dibattito piuttosto infuocato. Sono il frutto di vecchie questioni ideologiche dure a morire. Il cosmopolita vorrebbe abolire tutte le frontiere;  il “Patriota”  invece tiene ben saldi i confini del proprio Paese, mantenendo tutte le tradizioni ed i costumi acquisiti nel corso dei secoli. Il tema delle immigrazioni di massa, ha messo a nudo e accentuato ulteriormente questa problematica.La diplomazia sembra impotente di fronte alle intemperanze prodotte da una globalizzazione ormai senza freni. Ha ceduto le armi.  Mettere tutti d’accordo è diventata impresa difficile. Di fronte al “Dio denaro”, nessuno è disposto a cedere. Troppi i “focolai” accesi nel mondo. Vi sono guerre che durano da diverso tempo, molte anche dimenticate, senza che nessuno abbia fatto qualcosa per farle cessare. Nel Medio Oriente è in atto un vero e proprio massacro, frutto di odi e di rivendicazioni ataviche difficili da risolvere. “Ma comu”-si chiede incredulo l’uomo della strada-“Propriu ‘nta terra do’ Signuri succerunu sti così!? Gli Stati rispondono solo alle proprie esigenze; il metro non è più il buonsenso ma la “Borsa”. Per dirla alla catanese: “Ognunu si tira ‘i catti ‘a pettu, e cu si visti si visti!…” Il conflitto Russo-Ucraino è una “spada di  Damocle” che pende sulla testa dell’Europa. Rischia di destabilizzare un intero continente con esiti imprevedibili. Dal punto di vista economico, diventa sempre più difficile da sostenere. Gli Stati con i maggiori problemi in materia di risorse finanziarie, sono quelli più penalizzati. Si trovano sempre più difficoltà a difendere il Paese aggredito. “Ma quannu cià finisciunu!?” Questa guerra dura ormai da alcuni anni, non si intravede ancora il ben che minimo spiraglio per una soluzione definitiva. La minaccia della Terza Guerra mondiale sembra incombere, anche se molti analisti ritengono si stia già combattendo. Fortunatamente, almeno fino a questo momento, non ci tocca direttamente. La guardiamo dal binocolo. La guerra di per sé  è una sconfitta. Una volta scoppiava per un nonnulla perché non c’erano i mezzi distruttivi di oggi. Allo stato attuale bisogna pensarci due volte prima di commettere simile sciocchezza. L’uomo non se lo può permettere. Le condizioni dei soldati sono quelle descritte nella breve ma saggia poesia di Giuseppe Ungaretti: “Si sta come d’autunno/ sugli alberi/le foglie.”(Soldati). I cimiteri di guerra sono lì a testimoniare  come intere generazioni di giovani abbiano lasciato la propria vita in combattimento. Vite spezzate, private di un futuro. Basta guardare le date di nascita e di morte incise nelle croci. È di questi giorni la polemica riguardo allo stato di degrado in cui versano le tombe nel Sacrario dei caduti in guerra ubicato all’interno del monumentale tempio di San Nicolò l’Arena. La denuncia è scattata non appena il parente di un soldato tumulato nel mausoleo, si è reso conto del degrado in cui versava la tomba del proprio congiunto. La classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. Impossibile continuare a tacere. I media, sollecitati dalla “Guardia d’onore ai Sacrari di guerra”  hanno perciò fatto da cassa di risonanza, rendendo pubblica la questione. Il degrado generale che investe già da tempo questa struttura, è sotto gli occhi di tutti. Lapidi divelte, polvere dappertutto, pareti rigonfie a seguito di copiose infiltrazioni  d’acqua e della mancata manutenzione che dura già da diversi anni. Nel 2016, le “Guardie d’onore ai Sacrari di guerra” avevano lanciato l’allarme. Niente! A che serve organizzare manifestazioni commemorative in “pompa magna” se poi le condizioni sono quelle che vediamo?  Un vero disonore per una città che fu tra le poche a essere decorate con la medaglia d’oro al V.M. da appendere orgogliosamente al proprio gonfalone. L’onorificenza fu concessa nel 1898, in occasione del cinquantenario della rivoluzione del 1848.  “Per commemorare”-è scritto nella motivazione-“le azioni eroiche della cittadinanza catanese nei gloriosi fatti del 1848, che iniziarono il Risorgimento Nazionale e la conquista dell’Unitá.” Il Sacrario dei caduti in guerra, dietro la sagrestia della chiesa benedettina, è un piccolo contenitore d’arte. L’idea della sua creazione nacque nel 1924. Il 4 novembre del 1926 avvenne la prima traslazione di 96 salme provenienti dal cimitero cittadino e dalla provincia, caduti nella Grande guerra 1915-18. Successivamente ne furono aggiunte molte altre. Compreso la collocazione delle lapidi di oltre 2300 soldati periti in combattimento. Una cerimonia indimenticabile. Le cassette con i resti mortali dei militi, coperte dal tricolore e disposte a doppia fila, vennero condotte a spalla dai propri congiunti fino alla tumulazione finale tra gli spari a salve dei cannoni.     

Pubblicato su “La Sicilia” del 24.11.2024

                                                                                         

Mammoriani e Monfiani a Catania

Share

Così va la vita, i tempi cambiano. Se andasse diversamente, sarebbero guai. Ci si annoierebbe a morte. Il cambiamento è tanto necessario quanto difficile da arrestare. Lo si percepisce dalle nuove continue tendenze con cui evolvono usi e costumi nel mondo. Anche se a molti tradizionalisti catanesi piacerebbe vivere ancora a tempu “de’  “Canonichi ‘i lignu”( sempre alla stessa maniera), davvero non si può più. Prima che ritornino i cosiddetti “corsi e ricorsi storici” di vichiana memoria, ci vorrebbe almeno un'altra vita. E non è detto che ci sia… concessa. Per intanto è meglio affidarsi alla storia. Anzi, proprio la storia diventa il metro col quale misurarsi. Frugare con curiosità nei ricordi da bambino, per vedere come e con quale ritmo nel frattempo sia cambiata la società che ci circonda. In questo senso, la nostra città offre spunti molto interessanti. “ Il catanese è filosofo per natura e incolto in filosofia; la follia e la saggezza lo guidano senza litigare”: questo affermava lo scrittore  Vitaliano Brancati. Lui conosceva molto bene di che “pasta” erano gli abitanti della sua città d’adozione. ”Quando tra conoscenti ci si incontra per strada, è solito domandare “come stai?…”  la risposta è quasi sempre la stessa: “Cca semu!…” Un vero e proprio automatismo appartenete alla sfera del buon augurio. La variante è:  “ ‘A comu voli ddiu!… semu tutti sutta stu celu”.  In quest’ultimo caso, si avverte evidente il segno di uno strisciante malessere tipico di chi è avanti d’età. In piazza, nell’autobus, nei giardini pubblici, o in qualche altro luogo, diventa un rituale che quasi sempre innesca il dibattito sul momento storico che si sta vivendo. Ognuno dice la sua, ma si finisce per convergere solo su un punto: la critica verso l’amministrazione pubblica. A qualsiasi colore essa appartenga. Ma Catania, si sa, è patria di “liscìa”. Alla domanda “come stai?…si corre il rischio di sentirsi rispondere in modo lapidario:  “A ttia chi ti ‘nteressa!!!…”. E’ già successo. Quando esisteva il telefono fisso, uno dei passatempi preferiti era lo scherzo telefonico. A essere prese di mira erano le signore, meglio se anziane: “Signora, sono dell’acquedotto, che fa ne ha acqua nei rubinetti!?…alla risposta affermativa, l’interlocutore palesava la burla con epiteti poco edificanti. Quando nei primi anni ’60 dello scorso secolo Catania era denominata la “Milano del Sud”, il reddito pro-capite era molto soddisfacente. Nasceva il corso Sicilia sulle ceneri di una parte consistente del vecchio San Berillo. Da un lato si rimpiangevano le “case chiuse” cancellate dalla legge Merlin, dall’altro si dava il “benvenuto” al nascente centro finanziario che avrebbe dovuto schiudere le porte a un futuro “brillante” sul  piano economico. Una città del profondo sud, finalmente figurava nelle altre classifiche. Anche la squadra di calcio militava con successo nel massimo campionato. Pippo Baudo scalava le vette di gradimento in tv, rivendicando con orgoglio la propria catanesità.  A quel tempo si diceva che Catania era “ ‘nta sudda” cioè in mezzo al benessere. La “Sulla” è quella pianta foraggera che cresce abbondante nella Piana di Catania. Gli animali che la pascevano ingrossavano a vista d’occhio. Si facevano “n’àutru tantu”. Anche esteticamente era bella a vedersi con i suoi fiori folti, penzolanti e rossicci. Facendo la spola tra Catania e Taormina, quando l’autostrada ancora non esisteva, i giovani trascorrevano la loro vita in modo spensierato. C’era il lavoro, ma non per quelli che preferivano “scansarlo” in quanto benestanti. Questi ultimi venivano bollati col termine dispregiativo di “maccagnuni”. “Chissi ‘o travagghiu, ci sparunu ‘i luntanu”-si diceva. Approfittando della buona cucina, le mense abbondavano di prelibatezze di ogni tipo. “Panza mia, fatti capanna”: partiva l’abbuffata. Si mangiava a “setti ganasci”. Nella mente “fertile” di chi ha coniato questo detto, una sola ganascia sarebbe stata insufficiente a frenare la voracità di quelle bocche. Si evolvono i costumi, ma anche i linguaggi e i loro contenuti.  Quelli che una volta erano considerati “Zàurdi”, oggi sono diventati, in modo più elegante, “Mammoriani “.  Lo stesso dicasi, a parti inverse, per i ragazzi appartenenti al ceto più elevato. Anche la loro denominazione è cambiata: i “Figli di papà” di una volta, adesso sono “Monfiani”.  Fino a qualche tempo fa, questi ultimi si riunivano nelle piazze più eleganti della città; particolarmente nella rinomata piazza Europa. Si faceva passerella sfoggiando gli ultimi arrivi “autunno-inverno”, “primavera-estate”. Chi si “imbucava”, faceva dì tutto per non sfigurare. Metteva da parte i magri risparmi della settimana per potere a modo suo  “competere”. Quando ci si recava a mare in comitiva, ogni “mascariamento” però cadeva: soprattutto se si apriva bocca. “Mamma mia che bello!!!…ora mi abbollo!”

Nella Foto, “Le maschere”

Pubblicato su “La Sicilia” del 24.11.2024

                                                                                         

SAN MARTINO, OGNI MOSTO DIVENTA VINO

Share

Domani è l’estate di San Martino. A giudicare dal meteo, ci vorrà l’ombrello. L’estate non è mai troppa per noi siciliani. Malgrado qualche acquazzone sparso a macchia di leopardo, il sole si riaffaccia sempre più luminoso di prima. E’ la conferma che dalle nostre parti la bella stagione si protrae fino ai “Morti”, ovvero fino ai primi giorni di novembre. Neanche le piogge dei giorni scorsi sono servite ad abbassare le temperature stagionali. Qualcuno ancora va in giro con le mezze maniche;  sono tutti quei turisti che in Sicilia sanno di trovare un clima mite. Più per spocchia che per altro, anche i giovani catanesi lo fanno. “…C’è ‘ncauruuuu!!!…”  Così facendo, prestano il fianco a commenti ironici di questo tipo. Finalmente è autunno. Già si avvertono i tipici “profumi” nell’aria. Vedere le foglie degli alberi mulinare al vento, suscita ancora una certa emozione. Ci ricorda la maestra della scuola elementare quando ci lasciava per casa il tema: “descrivi l’autunno”. Per redigerlo, bisognava per forza ricorrere all’osservazione ambientale. L’avvicendarsi regolare delle stagioni nella loro ciclicità, garantisce  quell’armonia insita nella natura stessa. Da anni non si sente parlare d’altro che di cambiamento climatico. In parte è così. I disastri che hanno duramente colpito il nostro Paese e altre parti dell’Europa, sembrano confermarlo. Molti di questi hanno dei precedenti, ma adesso bisogna correre ai ripari lo stesso. Intanto ci siamo. Parafrasando una vecchia canzone del repertorio italiano: “Un bicchiere di vino fa tutto scordar….”(La vita è bella). “Per San Martino, ogni mosto è vino… Amici…si stimpagna!!!( si aprono le botti per il primo assaggio). La variante è: “ Ppi San Martinu…castagni e vinu”. Di fatti, i venditori di caldaroste, per tutta la giornata invadono di fumo le strade con i loro “fuculara”. Hanno la licenza per farlo, proprio per mantenere viva la tradizione. Del resto, è una delle poche usanze rimaste. A loro posto sono subentrati riti che poco hanno a che vedere con il nostro comune sentire. Anche se la vendemmia ormai si svolge ai primi di settembre anziché ai primi di ottobre come si faceva una volta, il clima della cantina mantiene intatto il suo fascino. E’ il momento in cui si chiede “ ‘o putiàru”  il permesso di assaggiare il vino nuovo. La degustazione avviene sul posto. Meno di mezzo bicchiere per scegliere la varietà ritenuta più consona al proprio palato. Anche chi non è un esperto della materia, in quel preciso istante si comporta come il più intransigente dei “sommelier”. Il classico sorseggiamento, e dopo qualche istante di pausa arriva la sentenza:  “…Bonu mi pari…chissu vogghiu!!!” Fino alla metà dello scorso secolo, Catania era piena di “Putìe”.  Una delle più famose fu quella di “Peppa ‘a Tucca”, nel cuore della Civita. Peppa era un personaggio. Di lei si diceva che fosse “cutta e amara”. Una mosca sul naso non se la faceva passare. Era sempre molto attenta. Quando si accorgeva che qualcuno alzava un po' troppo il gomito, lo cacciava fuori. faceva “opera di prevenzione” per evitare che finisse per fare “dannu”. Nella sua Putìa, si beveva vino “ ‘m-pettra”, cioè a temperatura ambiente. Ne declamava la qualità. Se qualcuno “osava” chiedere dell’acqua, lo apostrofava bonariamente: “ ‘a viviri vinu”-diceva-“picchì cu l’acqua ti nasciunu ‘i larunchi ‘nto stomucu!…”  In materia di vino, la nostra città e i paesini dell’Etna non sono mai stati inferiori a nessuno. Nel 1881 nacque a Catania( nel quartiere di Barriera del Bosco) la “Scuola di viticoltura ed enologia”. “ ‘A scola logica” come veniva chiamata dagli abitanti del luogo, fu uno dei primi istituti di indirizzo agrario d’Italia. Comprendeva aule, laboratori, enormi cantine e un annesso vigneto oggi purtroppo smembrato e abbandonato. Una vera eccellenza per quel tempo. Continua a far discutere la decisione da parte della commissione Europea di etichettare le bottiglie di vino con la scritta: “Dannoso alla salute”. Trattare il vino come il pacchetto di sigarette è da considerare un “oltraggio”. Il vino è una bevanda alcolica viva, che al netto di possibili deprecabili abusi, possiede tante proprietà organolettiche benefiche. Dalla vite alla tavola, passando per la botte, questa bevanda è sempre stato materia di cultura. De sempre decantata da poeti e scrittori. “Il vino è la poesia della terra” affermava il poeta Mario Soldati”. Domenico Tempio era un assiduo frequentatore di bettole e ritrovi dove il vino scorreva “ ‘ a cannaggiu”. Qualche volta lo avrà perfino “ispirato”.  “Il vino muove la primavera” scriveva il poeta Pablo Neruda nella sua “Ode al vino”. Senza trascurare i poeti siciliani. In un ipotetico contrasto all’antica maniera tra Orsula e Matteu, quest’ultimo chiosa: “…’O curri, fuji…viri zoccu ‘a fari…/ ‘u vinu c’ha statu…e sempri ci sarà…/ E’ nettari divinu…sucu di filicità”( Chi è lu vinu).

Pubblicato su “La Sicilia” del 10.11.2024

                                                                                                                                                                                 

 

 

 

ANTICHE STRUTTURE ABBANDONATE DI CATANIA

Share

     

L’abbandono è l’anticamera del degrado e l’inizio di una lenta agonia che conduce alla morte Anche le strutture abitative hanno una “vita”. Ciò che è stato abitato, se ripiomba di colpo nel silenzio e nel buio, si avvia verso un lento e irreversibile processo di disfacimento. L’edificio diventa facile preda di vandali e rifugio per il malaffare. Una vera e propria “bomba sociale” dagli effetti imprevedibili. In giro per la nostra città, non sfugge all’occhio attento del cittadino il lento decadimento di alcuni imponenti fabbricati abbandonati da tempo. In pieno Centro storico, da San Cristoforo al vecchio San Berillo, ci sarebbe molto da recuperare sotto l’aspetto urbanistico. Solo un accorto e provvidenziale intervento di restauro conservativo può ridare smalto, lustro e decoro a ciò che non si dovrebbe mai cancellare. Opifici, ospedali, lavatoi, fontane, chiese, antichi complessi edilizi, ex stazioni daziarie e molto altro, rappresentano il patrimonio storico di una città sempre viva e operosa. “Sempre fiorente “ avrebbe scritto l’indimenticabile storico Santi Correnti. Alcuni di essi potrebbero essere recuperati e restituiti ancora alla fruizione pubblica. Ciò indipendentemente della funzione  precedente. Proprio come è capitato ai vecchi locali dell’anagrafe, oggi prestigiosa sede museale. Lo sviluppo di una città passa attraverso l’utilizzo di spazi finalizzati alla pubblica utilità. Molte le idee, tanti i progetti. Anche se esistono i finanziamenti, le pastoie burocratiche purtroppo sono tra i fattori responsabili della lungaggine dei tempi. Si dice che di burocrazia si muore.  “Mentri ‘u mericu sturìa, ‘u malatu mori”. Di solito l’allungamento dei tempi comporta la lievitazione dei prezzi. Ma c’è anche la possibilità che non se ne faccia più nulla. Appena iniziati i lavori, bisogna fare gli “scongiuri” affinchè proseguino senza intoppi nei tempi dovuti. Se ci soffermiamo sulle incompiute, quello che fa più male e come a Catania negli ultimi decenni si siano annunciate opere faraoniche e poi finite nel dimenticatoio. Tanto per non andare lontano, testimonianza di questo abbandono sono gli enormi edifici dell’ex sanità catanese. La città è disseminata da nord a sud di opere dismesse, di enormi aree che potrebbero diventare un moderno volano per l’economia cittadina. Invece, al contrario, giacciono in mezzo a erbacce, sporcizia e spazzatura di ogni tipo. Pensiamo ai tre dei cinque ospedali dismessi; quelli ancora rimasti “al palo”: Ferrarotto, Santo Bambino e dell’Ascoli Tomaselli. Quest’ultimo era uno dei “fiori all’occhiello” della sanità catanese. Ubicato nella zona nord della città, gode di un panorama mozzafiato. A parte le “eccellenze” sanitarie ospitate, l’aria che si respirava era diversa dagli altri ospedali. Più salubre di quella del Centro città. Non a caso, infatti, questo ospedale nacque per accogliere i malati affetti da patologie pneumologiche.  Oggi è ridotto a un cumulo di edifici malmessi e depredati. Circolano pure storie di fantasmi che si aggirerebbero tra quelle mura ancora resistenti. E’ tornato ad essere in parte attivo durante il Covid, poi è stato nuovamente richiuso. Si attende una destinazione che tarda ad arrivare. E’ inutile avanzare ipotesi, tanto la soluzione(qualsiasi possa essere) appare ancora lontana. La dismissione degli ospedali si è fatta sentire nel corso delle emergenze relative alla pandemia. In quella occasione le forze politiche di destra e di sinistra si “rimpallarono” le accuse. I tagli però ci sono stati in virtù di  “tagli” lineare che di fatto non hanno giovato né all’economia né soprattutto ai malati. Nel degrado vi sono altre strutture. Una delle più clamorose è quella  dell’ex mulino Santa Lucia. Purtroppo, un cattivo biglietto da visita per i tanti “croceristi” che scendono al Porto di Catania.  Impossibile da nascondere. Se qualcuno di loro dovesse chiedere il motivo di tanto abbandono, spiegarglielo in poche parole non sarebbe possibile. “L’Intreccio” è molto fitto e complicato. Un gioco delle parti, un commedia dell’assurdo con tanto di “tragedia” al seguito. Sarebbe stato meglio lasciarlo com’era prima. Un rudere ma…dignitoso. Senza la “beffa” di un restauro milionario andato in fumo. “Jappunu soddi di ittari…” è stato il commento più appropriato. Di quello che forse doveva essere un grande rinomato hotel,  è rimasta integra solo la “ondeggiante” facciata bianca. Un sepolcro imbiancato. All’interno non c’è più nulla. Solo sporcizia dappertutto. E quella grande statua di gesso raffigurante Santa Lucia, dove sarà finita?  Era posta a bella vista nell’antica facciata fronte mare. Sembrava benedire i naviganti. 

Catania 06.07.2024

Nella foto di Santo Privitera, il vecchio mulino di Santa Lucia com’era prima dell’inutile rifacimento. La nuova struttura, oltre ad essere stata depredata, e diventata ricettacolo di disperati.

Pubblicato si “La Sicilia“ dell’8 Luglio 2024                                                                                                                                                            

 

 

SANTO CHIODO, UNA FESTA CHE FU CARA AI CATANESI

Share

 

L’estate siciliana è ricca di feste religiose. I turisti che visitano la nostra Isola, hanno di che vedere e apprezzare. Spettacolarità, devozione e colore sono elementi che uniti alla bellezza dei luoghi, non possono che confermare la bontà della scelta di visitare la Sicilia. A Catania si comincia a luglio con la Festa dedicata alla Madonna Santa Maria del Carmelo. Poi, nel bel mezzo della vacanze,  c’è Sant’Agata di mezz’agosto. A settembre, la solennità di Maria S.S. Di Ognina( ‘a Bammina) conclude il ciclo. Lo stesso per i vari paesi dell’hinterland etneo. Feste Patronali e ricorrenze varie caratterizzate dai rituali usi e costumi locali. Ciascuna con i propri devoti, con le proprie suggestive tradizioni, molte delle quali resistono ancora oggi grazie alle profonde radici cristiane vantate dalla nostra terra. La festa di Sant’Euplio che si celebra a Catania il 12 agosto di ogni anno, pur non essendo solennemente festeggiata in città, è comunque sentita dai fedeli. Loro, attraverso le parole dei sacerdoti e gli scritti pubblicati nell’arco dei secoli da eminenti storici locali, conoscono bene la storia agiografica di questo Santo compatrono predicatore dei Vangeli. Euplio, consegnatosi volontariamente al suo carnefice per ribadire “de visu” la propria fede cristiana, nel 304 d.C. morì decapitato nella pubblica piazza. La storia ci racconta però di feste solennemente celebrate poi cadute in disuso. Una in particolare: quella della Reliquia del Santo Chiodo. Era organizzata dai monaci benedettini. Un evento molto partecipato dai cristiani catanesi. Ne parlò pure lo scrittore De Roberto nel suo capolavoro “ I Vicerè”.  “Nelle grandi solennità religiose, a Natale, a Pasqua”-scriveva De Roberto-“per la festa del Santo Chiodo, tutti prendevano parte  alle cerimonie la cui magnificenza sbalordiva la città”. Lo scrittore di origini napoletane, non fu il solo a descriverne  i fasti. Quasi tutti gli storici catanesi narrarono di questa reliquia miracolosa eletta a compatrona della città. I Catanesi ricorsero alla reliquia negli esorcismi come nelle guarigioni. Ma anche nei momenti più critici attraversati dalla loro città. Durante l’eruzione del 1669. Quando la lava stava per invadere Catania, il vescovo Bonadies la portò in processione ottenendo la grazia. La massa di fuoco lambì il monastero benedettino prima di riversarsi in mare.  I danni furono limitati. Durante il terremoto che nel 1693 sconvolse la città, il Santo Chiodo fu trovato incolume sotto le macerie. La teca di vetro che lo conteneva, non subì conseguenze. L’usanza di onorare solennemente il Santo Chiodo, ebbe inizio nel 1578. Secondo la tradizione, avrebbe trafitto la mano destra del Cristo nella fase cruenta della crocifissione. La reliquia, come spiegò nei suoi scritti il compianto storico Antonello Germanà Di Stefano, era in possesso dei monaci cassinesi sin dal lontano 1393. Durante uno dei suoi soggiorni sulle pendici dell’Etna, re Martino  l’aveva donato al Monastero di San Nicolò l’Arena di Nicolosi. Il culto per la reliquia continuò imponente quando i monaci si trasferirono a Catania. All’inizio si celebrava il 3 maggio. Solo dopo il 1600 la data venne differita al 14 settembre, giorno dedicato all’ esaltazione della Santa Croce. I Benedettini, dopo mesi di meticolosa preparazione, questa festa la celebrarono “pompa magna”. La solenne processione con la reliquia sorretta dall’ abate sotto un prezioso baldacchino, attraversava il centro storico. Durante tutto il suo percorso veniva salutata con spari di mortaretti e musiche orchestrali. Sullo sfondo, il brusìo della folla “orante”. L’itinerario prevedeva sosta e preghiera davanti alle chiese più rappresentative. Nella cattedrale, infine, veniva celebrata una solenne messa. Quando per agevolare la processione fu variato il percorso, la chiesa S.S. Trinità rimase “tagliata fuori”.  Si aprì così un aspro contenzioso con i monaci organizzatori. La contesa causò un drastico cambiamento di itinerario che finì per penalizzare tutte le altre chiese. Per devozione e fasto, secondo i padri Cassinesi, questa festa sarebbe stata seconda solo a quella di Sant’Agata. In realtà, dopo il forzato abbandono del monastero avvenuto nel 1866 per effetto della legge che privava la chiesa dei propri beni immobili, cessò ufficialmente di esistere. Visse ancora per qualche tempo grazie a un nugolo di monaci devoti alla reliquia e gelosi della tradizione. Nel 1933 venne portata in processione in occasione del venerdì Santo. Allorquando i Benedettini tornarono per un breve periodo a Catania, nel 1990 vi fu il tentativo di ripristinarla. L’iniziativa fu dello storico Antonello Germanà Di Stefano, dell’allora rettore e benedettino Don Michele Musumeci e di un gruppo di volontari. Per un momento, le lancette dell’orologio sembrarono tornare indietro di alcuni secoli.Durò appena tre edizioni. Poi calò definitivamente il sipario.

Nella foto, la Reliquia del Santo Chiodo.

Pubblicato su “La Sicilia” del 15.09.2024

                                                                                                                                                            

 

 

Additional information