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I MISFATTI ALLA "VILLA BELLINI" DI CATANIA

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Villa Bellini per i catanesi continua a essere luogo buono per tutte le stagioni. Un luogo senza tempo per i più romantici; un vero salotto cittadino per tutti tranne che per i Vandali. Quelli purtroppo non sono mai mancati nel tempo. Ci sono sempre stati per compiere danni sempre e comunque. Un vera malattia, la loro, malattia dell’inciviltà. Dicono che gli atti vandalici siano il “termometro” dello stato di sopportazione di un popolo, ma non sappiamo quanto di vero ci sia in questa affermazione. In ogni caso, mai niente potrà giustificarli. Fatto sta che a farne le spese sono stati animali, statue, infrastrutture e tanto altro. Recentemente, ad essere imbrattata di vernice rossa è stata la statua della Madonna. Non parliamo delle sculture e mezzibusti degli uomini illustri situati nell’omonimo viale. Tutte pregiate opere realizzate nel tempo da famosi artisti: Da Giovanni Duprè ad Antonio Calì; da Francesco Licata a Salvo Giordano fino a Carmelo Mendola, tanto per citarne alcuni. Furti e danneggiamenti si sono verificati con una frequenza allarmante. A questo aggiungiamo l’incuria amministrativa, dovuta a scelte sbagliate e spesso inopportune. Al danno economico e materiale si è aggiunto quello estetico; perciò è stato necessario ricorrere a frequenti restauri sempre più costosi. Questi, però, non sempre graditi da parte dei cittadini. Le polemiche non hanno mai risparmiato le vicende dei monumenti più insigni della città. Villa Bellini compresa. Brucia ancora la triste storia della palazzina cinese, unico esempio di architettura Liberty lignea della città. Data misteriosamente alle fiamme nel 2001, da allora non è mai stata più ricostruita. Posta sulla collina Nord, detta del Salvatore, la sua “ricamata” sagoma lignea si confondeva con i rigogliosi alberi che l’attorniavano. All’origine era stata adibita a caffè concerto. Tra gli anni ’50 e ’70 del trascorso secolo, prima di cadere definitivamente in disgrazia, era diventata invece una rinomata Biblioteca comunale. La storia della villa inizia nel 1853, anno in cui gli amministratori borbonici trattarono l’acquisto del “Laberinto”, il giardino privato appartenente alla famiglia Biscari. Era stato uno spazio di verde creato per le proprie esigenze dal principe mecenate Ignazio Paternò Castello V Principe di Biscari. Un vero e proprio regalo che a quell’epoca si volle fare alla città priva com’era di un vasto Giardino attrezzato. Tra diatribe tecniche e grovigli burocratici di varia natura, passarono ben trent’anni prima del completamento. Nel gennaio del 1883 la solenne inaugurazione. (..)” E’ una serra fiorita, una selva d’alberi d’illustre progenìa”-scriveva nel 1906 lo scrittore Edmondo De Amicis in visita a Catania- “un insieme affascinante di prati, aiuole, viali, piazzali, poggi, rampe, vasche, fontane zampillanti.(…). E sullo sfondo di tramontana l’Etna che dà la scalata al cielo.”(Ricordi d’un viaggio in Sicilia). Per quanto l’impianto originario fosse rimasto quello che ancora oggi conosciamo, la Villa Bellini ha subito nel corso del tempo alcune sostanziali variazioni. Quella più importante si verificò agli inizi degli anni ’30. Un intervento strutturale che interessò l’ingresso su via Etnea. Con l’occasione venne realizzato il cavalcavia di via Sant’Euplio, creata la grande vasca e collocate nel vestibolo, le quattro statue di Maria Mimì Lazzaro raffiguranti le Arti. Per dirla con il compianto storico-scrittore catanese Lucio Sciacca: “Negli anni del fascismo: tra feste, musiche, attività gastronomiche e divertimenti vari, la “Villa” visse i suoi momenti più esaltanti”. Ma il peggio sarebbe venuto più avanti. Non tanto durante gli eventi bellici, perché il Giardino Bellini non venne neanche sfiorato da una sola bomba. Episodio sintomatico fu quello verificatosi nei primissimi anni del dopoguerra. Il sindaco di allora, concesse a dei giostrai palermitani l’uso temporaneo delle due collinette. Avrebbero dovuto allocarvi un luna-park. Il primo cittadino, valutata la proposta, concesse il suolo pubblico. Per prima cosa, per consentire l’ingresso agli ingenti mezzi della carovana, parte del cancello di piazza San Domenico dovette essere abbattuto. Ma non finì qui. Il sindaco, ancora frastornato dalla guerra o forse allettato dalla necessità di “fare cassa” a beneficio dell’Ente amministrato, ordinò che fosse smontato il preziosissimo chiostro in ferro battuto di stile moresco, posto nella collinetta sud. Il “Chiostro dei concerti” risalente al 1879, era ricco di cristalli di Murano e varie decorazioni pregiate. L’esecuzione fu cruenta. Preso a mazzate e sradicato a colpi di palanchino, il monumento cedette di schianto. Sezionato con l’intento di rimetterlo a posto in un secondo momento, quando il sindaco Domenico Magrì nel ‘53 ordinò la sua ricostruzione, i pezzi pregiati non furono più trovati.

Pubblicato su La Sicilia del 10.07.'22

I RITI DELL'ESTATE

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Si stava meglio quando si stava peggio? La maggioranza degli italiani sembra pensarla così. Non sappiamo nel resto d’Europa. Oggi viviamo in un mondo in continua evoluzione; i tempi si sono enormemente accorciati e tutti i cambiamenti che prima si contavano in anni, adesso si contano in…giorni. Le grandi epidemie sembravano essere definitivamente debellate; invece ecco arrivare il Coronavirus con le sue strane varianti. Un virus anch’esso evoluto, figlio del nostro tempo. Anche di guerra non si parlava più. Almeno dalle nostre parti. La pace che si reggeva sul terrore della Bomba atomica, sembra vacillare. Parlare di “nucleare” non è più un tabù. I russi, nell’attuale conflitto contro l’Ucraina, ammettono che in qualsiasi momento, se minacciati, potrebbero ricorrervi. La Cina e l’India, parlano da super potenze: Cosa ci attende per il futuro? …“Âm’à vistu tuttu”-si dice dalle nostre parti-“alluvioni, terremoti, epidemie, matri c’ammazzunu ‘i figghi ‘a trarimentu, fimminicidi e siccità…manca sulu ca casca ‘u focu di l’aria!…”. Cosa non si farebbe per tornare indietro. E non soltanto per questioni puramente “anagrafiche”. Ma è possibile che alle generazioni del secondo ‘900, i tempi di oggi stiano così stretti!? Nel secondo dopoguerra si pensò di ricostruire ciò che era stato distrutto. Case, strade, monumenti, palazzi nobiliari, chiese. Man mano che la ricostruzione prendeva forma, si entrava nella consapevolezza di una normalità ormai conquistata. Impegno e voglia di riscatto non mancarono mai; anzi fecero da trampolino di lancio al cosiddetto “boom economico” degli anni sessanta. A partire dal primo di agosto, data di chiusura delle fabbriche, nella grandi autostrade del Centro Nord si notavano lunghe file di auto cariche di valigie. Nei bagagliai, tutto l’occorrente per trascorrere le ferie in serenità. Le famiglie si spostavano verso i luoghi di villeggiatura più tradizionali. Era un vero e proprio esodo. Le auto Fiat erano in maggioranza per le strade: 850, 1100, 600, 500. Poi le 126, 127 e 128. Quasi tutte pagate a… “cambiali”. Con lo stipendio medio di un operaio, senza strafare si arrivava agevolmente a fine mese. In circolazione, non solo auto italiane. Si vedevano i “Maggiolini” della tedesca Wolkswagen; la francese Citroen e l’americana Ford. Catania, con il suo artigianato locale e le sue fabbriche quasi tutte concentrate nella “moderna” zona industriale, era considerata la “Milano del Sud”. Milano però non possedeva la Plaja. Catania sì. Diciotto chilometri di costa sabbiosa dove si aprivano i lidi con le loro cabine di legno. Piccoli vani affastellati uno a fianco all’altro. Lungo le aperture, filari di passerelle “correvano” fino alla riva. Servivano a proteggere dalla sabbia rovente, i piedi dei bagnanti. Al centro del lido, una “rotonda” dove con appena una moneta da 50 lire si poteva ascoltare la musica dal Jukebox. Si cantava di “pinne, fucili ed occhiali”, di “ballo del mattone” di “stessa spiaggia e stesso mare” …nella “rotonda sul mare”. Le ragazze “abbronzatissime” e corteggiatissime avevano la pelle “spellata come un peperone”. Si “attraccava” facilmente con “la ragazza dell’ombrellone accanto”. E nelle notti di “luna calante”, le coppie scrivevano “T’amo sulla sabbia” prima che il vento a poco a poco se la portasse via. La classica dichiarazione d’amore molto comune a quei tempi. “Estate” cantava il celebre re dei Night, Bruno Martino. Dopo avere consumato una bibita o un gelato al bar, al bigliardino si giocava “a scrocco”; almeno fino a quando l’occhio vigile del gestore non andava verso la moneta posta di traverso per bloccare la leva che consentiva la discesa delle palline bianche. Così facendo, le partite non finivano mai. “Carusi… chiùriti ddocu; …picchì ora i palli mi stannu furiànnu ‘a mmia!!!”. A buon intenditore, poche parole. La sera si ballava e si eleggeva la “Miss” della giornata. A sud est della città, la scogliera era luogo decisamente più “chic”. Ambita meta di nobili, vip e professionisti. Il pianoforte del compianto maestro Pregadio, allietava le serate ai “Ciclopi”. Quello del mare era un rito che ufficialmente iniziava il 15 di giugno, ma per i ragazzi i primi tuffi coincidevano con l’ultimo giorno di scuola. Niente libri, solo costume da bagno. Il 15 settembre segnava la fine delle vacanze. L’inizio anticipato delle lezioni scolastiche per decreto governativo, ha poi sconvolto oggi cosa. Così venivano accorciati i tempi della villeggiatura per chi possedeva una casa in montagna, e della balneazione per chi preferiva il mare. L’entrata nella Unione Europea, ha imposto nuove regole alle quali tutti i cittadini avrebbero dovuto uniformarsi. La globalizzazione, imponendo cicli produttivi continui, ha determinato ritmi di lavoro estenuanti anche in piena estate.

 Pubblicato su La Sicilia del 26.06.'22

CARI VECCHI OGGETTI DELLA QUOTIDIANITA'

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“Tuttu chiddu ‘ca si jetta, mori” è un antico detto che ci ricorda quanto sia triste privarsi degli oggetti che ci sono stati cari. Il distacco è sempre difficile da accettare. Sono compagni e testimoni di un’epoca che comunque non potrà più tornare. Oggetti…di culto. “La lontananza che rimpicciolisce gli oggetti all’occhio”-asseriva il filosofo polacco Arthur Schopenhauer-li ingrandisce il pensiero”. E’ come se parlassero all’anima, ecco perché i collezionisti li raccolgono tenendoli ben stretti. Gli antiquari, invece, ne fanno utile commercio. La bellezza di un oggetto deriva in buona misura dalla sua patina, ma il valore affettivo vale molto più. Lo stesso dicasi se è parte anatomica dello stesso individuo. “Oh! Mustazzeddu miu, comu na pezza/ jisti a muriri dintra la munnizza,/ ognunu ti pista e ti disprezza,/ muristi senza aviri na carizza!(…).(“A bon’amma di lu me mustazzu”). Sono versi di Giovanni Formisano. All’interno dei mercatini delle pulci, il tempo sembra fermarsi. Si trovano oggetti di ogni tipo, conosciuti e no. Tutto passa, e loro con noi. Anche se in perfette condizioni, trascorso il loro momento, sono considerati vecchi, obsoleti, da buttare. Nell’immaginario collettivo, chi continua a possederli, viene visto come un “dèmodè”; un tipo “strano” e non un inguaribile romantico. Una volta, gli oggetti della quotidianità avevano una durata molto più lunga; con il sistema “usa e getta” di oggi, non c’è più nemmeno il tempo di affezionarsi. Nel caso degli odierni elettrodomestici, o delle moderne tecnologie elettroniche, la loro durata sembra ormai segnata sin dall’origine. “Ma cchi ‘a fari chiui!!?…Sunu m-marazzi: jittamuli! ” e giù nel cassonetto o nella discarica. Il poeta Nino Bulla la pensava diversamente quando scrisse una delle più belle liriche della sua vasta produzione dialettale: “Su ppi cinquant’unannu mi si stata fida cumpagna di la vita mia,/ ti tegnu intra l’anima stampata…vecchia camuliata scrivania;/ ca si quann’è ca ‘a veniri abbruciata putissimo stari ‘ncumpagnia/ ogni faida di focu addumàta/ fussi ‘n-vivu ricordo di puisia(…)( ‘A scrivania). Utensili, vestiti, mobili, oggetti da cucina, giocattoli, strumenti di lavoro, macchina o moto che sia, tutto si vorrebbe conservare: ma dove metterli? Con gli spazi abitativi sempre più stretti, non tutti possono permettersi ampi locali. Nell’economia domestica di un tempo, ogni cosa poteva tornare utile: “ ‘Ni po’ aggiuvari,…sàvvulu!”, si diceva. Quello che oggi chiamiamo “tetto morto”, una volta si chiamava soffitta. Ne erano dotate quasi tutte le case di villeggiatura e quelle molto antiche. Lì si trovava di tutto, polvere compresa. Dagli antichi “trispiti”, robusti manufatti in ferro su cui poggiavano tavole di legno per mantenere il materasso del letto ben dritto, alla “Spiritera” ( fornelletto con manico); dalle arrugginite forbici, alla cornice ovale con il ritratto della “Buonanima”. Dei vecchi attrezzi di lavoro, facevano parte i “panara”(ceste di vimini). Divenuti inservibili, al loro interno veniva riposta la “minuzzaglia”(piccoli scarti). Immancabile, “‘a cascia”(cassapanca). Di solito, all’interno di essa venivano depositati indumenti di ogni tipo. Per il gusto della sorpresa, aprirle dopo lungo tempo era un’emozione di non poco conto. Tra gli oggetti che destavano curiosità, le “tabacchiere” in radica. Le usavano “i nonni” per sniffare tabacco macinato. Ottimo deterrente contro l’influenza. Una volta abbandonate, era possibile rinvenire al loro interno qualche “dentino da latte” amorevolmente conservato come “souvenir”. Dentro involucri trasparenti, invece, si custodivano le prime “treccine” tagliate alle bambine. La mamma le avrebbe mostrate al futuro genero. Tra tutte quelle cianfrusaglie, il “bollitore ‘ppa ziringa” non poteva mancare. Serviva per sterilizzare la siringa prima dell’uso. All’interno, oltre ‘a “ugghia”, la caratteristica “seghetta” per aprire la fiala medicinale. Anche se ridotto in pessime condizioni, “l’Enteroclisma” destava sempre una forte repulsione. Nessuno, tranne i medici e le infermiere lo conoscevano con questo nome “tecnico”. Per tutti era “ ‘a lavanna!” Si riconosceva subito dal contenitore millimetrato in vetro, con un lungo tubo attaccato. Alla sua estremità, un beccuccio sormontato da piccola valvoletta alettata. Si usava reggendolo su un braccio alzato. Serviva per somministrare il clistere. Solitamente veniva usato per gli adulti. Per i bambini, si utilizzava invece la “pompetta” dal classico colore rossastro. “ No, ‘a lavanna nooo…”, gridavano terrorizzati i bambini alla vista di questi aggeggi; ma posti abbandonati in quell’angolo della soffitta, che paura possono destare ormai?

Nella foto, vecchi oggetti da soffitta.

Pubblicato su La Sicilia del 27 Marzo 2022 

 

 

 

 

QUANDO C'ERA L'AUSTERITA'

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E’ inutile negarlo, il mondo è in apprensione. In tanti luoghi del pianeta, si combattono guerre cosiddette “silenziose”. Sono state dimenticate, eppure muoiono centinaia, forse migliaia di persone al giorno. Ce ne accordiamo oggi perchè la guerra l’abbiamo vicino casa. Gli scoppi li sentiamo nei servizi televisivi, li vediamo nei crudi reportage degli inviati di guerra e sui social, ma quelli che il Paese sta vivendo sulla propria pelle si chiamano rincari. Producono “esplosioni”…ma di rabbia. Tutti aumenti col segno doppio e triplo, in qualche caso anche quadruplo. Gas, benzina, gasolio, prodotti petroliferi in generale; a “cascata” finiscono per colpire i generi di prima necessità. Senza contare le “sanzioni”, i cui effetti rischiano di essere devastanti per tutti: Sanzionati e sanzionanti. “ ‘A chi semu ‘nto’ funnicu ‘i Disca!!?” dicevano gli antichi siciliani per indicare uno status di caos totale. Negli anni settanta dello scorso secolo, quando il miracolo economico del decennio precedente cominciava lentamente a esaurirsi, arrivò il tempo dell’austerità. La crisi energetica si fece sentire, costringendo quasi tutti i governi europei a correre ai ripari. Si temette per i riscaldamenti. In quasi tutte le città europee, la domenica fu vietato circolare con le automobili. Potevano essere utilizzati i mezzi pubblici. A Catania l’Amt garantì un servizio puntuale, mentre i pullman diretti verso l’Etna vennero addirittura potenziati. Continuarono la loro corsa con maggiore frequenza e rapidità. Si muovevano scaricando però ossido di carbonio in abbondanza. Ciò per buona pace degli ecologisti che attraverso l’austerità avevano creduto risolto il problema dell’inquinamento. Dopo un primo traumatico impatto, il provvedimento sembrò essere stato assorbito bene. Ciascuno si arrangiò come potè. Vi fu un fiorire di colore e folklore insieme. Gli artisti di strada fecero la loro comparsa. In alcune zone del Centro storico, gruppi musicali si riunivano spontaneamente per suonare con fisarmonica e strumenti a plettro. I “Madonnari” con i loro gessetti colorati, disegnavano su strade e marciapiedi immagini sacre. C’era chi si fermava per improvvisare una preghiera di fronte a quei ritratti perfetti; l’indomani sarebbero stati cancellati dal ritorno alla quotidianità. La vita sembrò improvvisamente rallentare. Andando a passeggio per la città, si cominciarono a scoprire suggestivi angoli, strade e monumenti che la frenetica vita quotidiana occultava ai sensi e alla vista. In questo caso ci si rivolgeva all’amico di passeggio: “…e cca chi c’è; …ma tu ci criri ca non l’àva vistu mai!!??? Quando si dice “ fare di necessità, virtù…” Si fece ricorso alle biciclette e vari modelli di velocipedi. Si vedevano circolare intere famiglie a bordo di tandem a tre e a quattro posti. Essendo libere le strade, i pedoni circolavano indisturbati; si riappropriavano degli spazi che di “lavorante” sarebbe stato impossibile sfruttare. Nelle piazze o negli slarghi, i ragazzi segnavano le porte con le pietre per giocare a pallone. I più grandicelli scoprirono l’hobby della pesca. Armati di canna, ami, esche e secchielli, durante le assolate domeniche si recavano al porto a pescare “muletti”(cefali). “Comu ci scinnu a Catania?” si chiedevano gli abitanti di Barriera e Canalicchio, quartieri distanti dal centro storico; qualcuno suggeriva ironicamente: “ ca scinnicci co’ rui, no!!?..” cioè a piedi. Poi comparvero pure “carrozze e carrozzelle” con tanto di cavalli e cocchieri; allora il panorama complessivo assunse perfino un carattere romantico. Non durò molto perché, nel frattempo, con il migliorare della situazione, le pressioni provenienti da alcuni settori commerciali( e non solo) spinsero per un provvedimento più accomodante per tutti. Si passò alla circolazione delle auto a targhe alterne. A quei tempi, due o tre macchine in famiglia si potevano mantenere agevolmente. Chi possedeva entrambi i veicoli con gli ultimi numeri rispettivamente pari e dispari, circolava liberamente utilizzando ora l’uno ora l’altro mezzo. I Vigili urbani ebbero il loro bel da fare. Annotavano le targhe e spesso “pizzicavano” i furbetti che si gettavano nella mischia nel tentativo di farla franca. Così si ritornò pian piano alle vecchie abitudini. Oggi non sappiamo se simili provvedimenti possano essere nuovamente adottati. Visti “‘i Malifrusculi”, come si dice a Catania, qualcosa verrà di certo escogitata. Ci si accontenterà nuovamente di fare ricorso alla vecchia cara bicicletta, oppure alla classica carrozzella? Il solo monopattino non può bastare. La situazione attuale risulta ibrida in tutti sensi. Con quel che costa l’elettricità, anche le macchine elettriche rischiano il “Black out.

pubblicato su La Sicilia del 12.03.2022

OTTO MARZO: LOTTE, SVAGO E IL FEMMINISTA "FIMMINARO"

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Ci risiamo. Ai nostri giorni si dibatte sulla necessità di mantenere le quote rosa, quasi fosse una concessione e non un paritetico diritto per la donna partecipare ai più alti consessi politico-amministrativi della società. Ancor di più si studia come arginare una volta per tutte la triste piaga sempre crescente del femminicidio. Finora senza risultati apprezzabili. L’otto marzo dovrebbe festeggiare il raggiungimento di risultati concreti su questi fronti, ma spesso è occasione solo di divertimento collettivo. Comunque sia, il covid prima e ora la guerra in Ucraina, costringeranno le più irriducibili a cambiare anche quest’anno copione. Appariranno per le strade i soliti ambulanti con le mimose appena “spennate” dagli alberi, ma saranno molto meno le comitive del gentil sesso disposte a riunirsi nei pubblici locali. I mariti e i fidanzati comunque possono stare tranquilli; lontani sono i tempi in cui nelle discoteche o nei club privati, aitanti giovanotti facevano lo spogliarello davanti a una attenta ed “esultante” platea tutta al femminile. La famosa pedagogista Rosa Luxemburg che propose la giornata di lotta, non avrebbe voluto di certo questo tipo di festeggiamenti; non fosse altro perché si trattava di ricordare un evento luttuoso accaduto nel 1908 a New York. Quell’anno, il proprietario di una industria tessile bloccò tutte le porte dell’opificio per imprigionare le proprie operaie entrate in sciopero nel tentativo di ottenere migliori condizioni di lavoro. Alla fabbrica venne appiccato il fuoco e nell’incendio persero la vita 129 operaie rimaste intrappolate tra le fiamme. Da allora la festa della donna è andata avanti fino a trasformarsi in un vero e proprio business commerciale in tutto il mondo. Le lotte delle femministe militanti condotte a sostegno della parità dei sessi, si sono però rivelate decisive in molti campi della società. Sono stati prodotti libri, lanciati manifesti di pubblica denuncia, promossi convegni di alto profilo socio-politico, scoperti personaggi da aggiungere al già nutrito elenco di eroine distintisi per capacità, impegno e coraggio. Hanno contribuito non poco a rivoluzionare un modello di vita penalizzante per le donne di una volta. Era disumano quello che accadeva negli strati più popolari della società fino alla metà dello scorso secolo. In Sicilia le donne sgobbavano dalla mattina alla sera dipendendo totalmente degli uomini. Soprattutto per ciò che riguardava il denaro da amministrare in famiglia. Le donne erano in massima parte casalinghe impegnate nei lavori pesanti e senza un minimo di retribuzione e di…comprensione. Gli uomini non davano loro denaro; si limitavano a pagare la merce presa a “crirenza” dai vari bottegai, andandoci di persona alla fine della settimana. Raramente i mariti affidavano contanti alle mogli senza poi verificarne la destinazione. “Cchi ‘a fari che soddi”-dicevano- “non ci sugnu iù ca sbussu ogni simana?”. Altro capitolo era “ ‘a rota ppe figghi fimmini”. “‘A figghia ‘nfascia e a roba ‘nta Cascia” era il motto. Tutto sulle spalle della donna ricadeva, perché il marito spesso non capiva l’importanza di preparare la figlia al matrimonio. Meno male che i venditori di corredo davano la possibilità di pagare a piccole rate; così facendo, il sacrificio economico andava avanti per anni fino alla completa estinzione del debito. Si stabiliva la durata del sapone come dei vestiari. E l’acqua per lavarsi, la domenica, doveva essere utilizzata la stessa per tutti. Prima dall’uomo e poi da tutto il resto della famiglia. Nel momento in cui i vari movimenti femministi assunsero una piega ideologica, le loro azioni cominciarono a diventare sempre meno credibili nel tempo. Si organizzavano incontri e dibattiti con esponenti politici di parte. Meglio se donne. Le poche che sedevano un tempo in parlamento, si potevano contare sulla punta delle dita. A Catania nei primi anni ’80 successe un fatto curioso. Si trattò di una goliardata tutta catanese; definirla “liscia”, in questo caso forse è riduttivo. I giornali non dettero tanto peso alla cosa; oggi sarebbe stato diverso. Un caso simile lo avrebbero ricercato eccome. Si verificò nel corso di un partecipato convegno organizzato da una associazione femminista in un noto locale cittadino. Un uomo, impiegato pubblico, chiamato da una sua amica a testimoniare il proprio punto di vista sul ruolo delle femministe nel mondo, tra lo sconcerto dei presenti così esordì: “Cari amici e amiche, sono felice di parlare a questa platea trapunta di mimose; il sottoscritto, non è solo un convinto femminista ma anche un impenitente fimminaro”. Le risate iniziali dei presenti si trasformarono ben presto in un brusio sempre più accentuato. L’oratore finì anzitempo il suo discorso, guadagnando l’uscita rapidamente.

 

Pubblicato su La Sicilia del 6.03.2022

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