Letteratura

INTERVISTA IMMAGINARIA A SALVATORE CAMILLERI

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LA BARUNISSA DI CARINI

 

Intervista immaginaria a Salvatore Camilleri

 

di Marco Scalabrino

 

MS. Professore Salvatore Camilleri, la ringrazio per avere accolto la mia richiesta. Prima di affrontare l’argomento del nostro odierno incontro, ci parli un po’ di lei.

SC. Caro Scalabrino, cosa vuole che le dica? Lei sa bene che ho speso tutta la mia vita al servizio della Poesia e della poesia dialettale siciliana in specie.

MS. Possiamo nondimeno elencare, e succintamente commentare, i tratti e i titoli principali della sua lunga prassi di poeta e letterato?

SC. Sangu Pazzu, la mia prima opera risale agli anni 1944-45. Essa raffigurava in termini lirici il diario di chi, reduce dalla guerra, ha visto franare tutti i suoi sogni. Nel 1952 mi sono trasferito a Vicenza, per insegnarvi. Nel frattempo avevo iniziato a tradurre i classici, pubblicato sul quotidiano catanese Il corriere di Sicilia svariati articoli sui poeti siciliani del Cinquecento e del Seicento e recensito parecchi poeti contemporanei, fra i quali Giuseppe Mazzola Barreca, Carmelo Molino e Gianni Varvaro. Rientrato a Catania nel 1962, nel 1965, assieme con Mario Gori, ho fondato la Rivista Sciara, cui hanno contribuito, tra gli altri, Leonardo Sciascia, Giorgio Piccitto e Santo Calì. Nel 1966 ho pubblicato Ritornu e nel medesimo anno Sangu pazzu, ove la lingua non è catanese, né palermitana, ma rappresenta la koiné regionale, determinata dalla sola legge del gusto, in cui l’ortografia è quella della tradizione liberata dalle incoerenze, legata alla etimologia latina, ma non sorda al rinnovamento linguistico, e nel 1971 La Barunissa di Carini.

MS. Ecco, giusto La Barunissa di Carini vorrei che lei ci illustrasse.

SC. Dopo ci arriviamo. Nel 1975 Alfredo Danese decise di fondare e pubblicare la rivista ARTE E FOLKLORE DI SICILIA e sulle pagine di quel periodico, dall’esordio e fino al 2008, hanno visto la luce decine e decine di miei saggi e interventi critici. Nel 1976 ho pubblicato Ortografia siciliana e nel 1979 Luna Catanisa, nella cui premessa ribadisco che non c’è risoluzione dei problemi formali senza risoluzione all’interno della coscienza, non c’è versante espressivo senza versante umano, non c’è arte senza vita: la poesia nasce sempre nell’ambito della sua dimensione storica, esistenziale e umana, non mai dall’esercizio fine a se stesso, dal nulla. È sempre stata mia convinzione peraltro che nessuno procede da solo né nella vita né per i sentieri della poesia, né mai poeta ha percorso la sua strada senza avere a fianco altri compagni di viaggio, altri poeti, senza ricevere e senza dare a quelli che vengono dopo e, nel 1983, ho dato alle stampe 70 POESIE, Federico Garcia Lorca nel siciliano di Salvatore Camilleri.

MS. Io posseggo una copia del suo MANIFESTO DELLA NUOVA POESIA SICILIANA, che ritengo sia una sorta di vangelo per ogni poeta, in dialetto o meno.

SC. Il MANIFESTO è un tomo in fotocopie di circa 500 pagine, del 1989, che raccoglie saggi, interventi critici, poesie dei quarantacinque anni precedenti, pressoché tutti editi su ARTE E FOLKLORE DI SICILIA. Nel 1944, allorquando iniziai a scrivere in siciliano, avvertii subito la mancanza di un vocabolario. Quelli che trovai, non più in commercio ma in biblioteche pubbliche, erano vecchi di quasi un secolo, e praticamente inutili, in quanto si trattava di vocabolari siciliano-italiani. Mancava il vocabolario che mi occorreva, come mancava a coloro che scrivevano per il teatro, agli attori dialettali, agli studenti, ai moltissimi appassionati del dialetto: mancava un vocabolario italiano-siciliano, cioè uno strumento capace di aiutarmi concretamente in tutte le circostanze nelle quali non mi veniva in mente il corrispondente siciliano di un vocabolo italiano. Nel 1998 ho dato perciò alle stampe Il Ventaglio – Vocabolario Italiano-Siciliano. Nel 2001 è stata la volta di Lirici greci in versi siciliani, Archiloco, Mimnermo, Stesicoro, Alceo, Anacreonte, Simonide, Callimaco, Teocrito e altri, che ho tradotto affinché le mie traduzioni, come i miei versi, possano far parte della cultura siciliana. È stato un esercizio propedeutico fondamentale che, consentendomi di misurarmi con i poeti che traducevo, ha innalzato miei livelli di ispirazione, ha favorito la creazione di un mio linguaggio poetico, del linguaggio delle mie opere. Ho inoltre adattato in versi siciliani: l’Odissea di Omero (Musa, pàrrami tu di dd’omu, mastru / di tutti li spirtizzi, chi gran tempu /…), l’Eneide di Virgilio, Le Argonautiche di Apollonio Rodio, De Rerum Natura di Lucrezio, Saffo e Catullo e altresì poeti spagnoli e francesi e gli Arabi di Sicilia Ibn Hamdìs e Muhammad Iqbàl.

MS. Mi scusi se la interrompo. E la Grammatica siciliana?

SC. La Grammatica siciliana e i trenta volumi della STORIA DELLA POESIA SICILIANA sono tra i miei ultimi lavori. La Grammatica siciliana riprende e amplia i problemi osservati nella Ortografia siciliana e li pondera, li sviscera in tutti i loro aspetti, alla luce dei contributi scaturiti dagli incontri con gli amici con cui se ne discuteva, tra i quali: Maria Sciavarrello, Antonino Cremona, Paolo Messina, e dello sprone incassato da Ignazio Pidone, Orio Poerio e Giovanni Cereda. Il penultimo capitolo di questa mia storia è del 2005: Gnura Puisia consegna quasi un ventennio di riflessioni, soste, incontri, avanzamenti in armonia con la condizione esistenziale del poeta, creatore per eccellenza. Le conquiste formali precedenti, con pochi aggiustamenti, rimangono le conquiste di sempre, divengono le colonne del tempio; il contenuto, pure attraverso gli assalti della sofferenza, continua sulle tracce iniziali: ’n cerca di puisia, ‘n cerca d’amuri pi canciari lu munnu a sumigghianza di lu me cori. Del 2007 è BIRIBÒ che, asserisce Paolo Messina in prefazione, è “la summa di ogni escogitazione formale (dai versi liberi all’ottava siciliana) per indagare poeticamente ogni ramo del sapere”.

MS. E SICELIDES MUSAE …. come è venuto fuori?

SC. A 87 anni, nel 2008, esauritasi l’esperienza di ARTE E FOLKLORE DI SICILIA ma non la mia voglia di impegnarmi, ho fondato a Catania con altri amici il bimestrale letterario SICELIDES MUSAE.

MS. Molto bene; grazie. Ci parli adesso de La barunissa di Carini.

SC. Nell’estate del 1971 fui invitato da un libraio editore a preparare una nuova rielaborazione del testo della Baronessa di Carini e a premettervi un saggio introduttivo. Mi misi subito al lavoro e preparai l’opera, che apparve nel Dicembre dello stesso anno.

MS. Con che accoglienza?

SC. Dire che la stampa se ne sia interessata è un bugia. Bernardino Giuliana, però, incantò le platee di molte località della Sicilia con le sue magistrali interpretazioni, Fortunato Pasqualino mi comunicò che l’aveva letta con grande piacere, Lydia Alfonsi mi consigliò di trarne un film o uno sceneggiato televisivo.

MS. E, con tali favorevoli premesse, come finì?

SC. Finì che il libro non ebbe alcuna recensione, ma nel primo anno di vita, una poetessa venezuelana, Yuri Weky, ne fece una traduzione in spagnolo, verso la fine del 1972 Lucio Mandarà mi accennò della possibilità di realizzare uno sceneggiato per la televisione, e in seguito Massimo Mollica mi informò dell’approvazione del progetto e della sua prossima realizzazione.

MS. E dunque il giusto riconoscimento è arrivato?

SC. Non propriamente. Durante la presentazione in televisione dello sceneggiato fu fatto il mio nome come di chi è stato a interessarsi per ultimo della Baronessa di Carini, né una parola in più, nonostante durante le quattro puntate dello sceneggiato Paolo Stoppa parlasse spesso con le mie parole.

MS. Siamo alle solite: la fatica è nostra e i meriti altrui.

SC. In parte, sì. In effetti, con la proiezione dello sceneggiato qualche briciolo di notorietà venne anche alla mia opera. Giuseppe Bocconetti su Radio Corriere TV scrisse che “Salvatore Camilleri, sulla vicenda ha scritto un interessante volume al quale Mandarà si è rifatto”, Luigina Grasso su La Sicilia: “Salvatore Camilleri è insigne storico e dalla sua opera Mandarà e D’Anza hanno ampiamente attinto per il loro soggetto”, e Aurelio Rigoli, sul Giornale di Sicilia: “La Rai-TV ha utilizzato un recente lavoro di un autore catanese per la trasmissione televisiva”, ma mi ha rattristato che non abbia fatto il mio nome.

MS. Ma qual è la vicenda de La Barunissa di Carini?

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"DOVE PASSA IL SIMETO" Silloge di Aldo Grienti

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ALDO GRIENTI

 

Il RINNOVAMENTO DOVE PASSA IL SIMETO

 

di Marco Scalabrino

 

 

“E così un altro protagonista del RINNOVAMENTO della poesia siciliana ci ha lasciato: protagonista di un rinnovamento fondato sui testi e non sugli oziosi proclami, sugli esiti artistici individuali e non su qualche manifesto. Ma se n’è andato senza lasciarci una raccolta organica delle sue poesie in siciliano”, leggiamo in un pezzo di Paolo Messina, in ricordo di Aldo Grienti, pubblicato nel Febbraio 1988 a Palermo, sul numero ZERO di quello che fu l’effimero ritorno - ad opera di Salvatore Di Marco - del PO’ T’Ù CUNTU!

 

Aldo Grienti nasce a Catania nel 1926.

Nel 1957 - insieme a Carmelo Molino - Aldo Grienti è il curatore della Antologia POETI SICILIANI D’OGGI, Reina Editore in Catania. L’antologia, con introduzione e note critiche di Antonio Corsaro, raccoglie, in rigoroso ordine alfabetico, una esigua quanto significativa selezione dei testi di 17 Autori: Ugo Ammannato, Saro Bottino, Ignazio Buttitta, Miano Conti, Antonino Cremona, Salvatore Di Marco, Salvatore Di Pietro, Girolamo Ferlito, Aldo Grienti, Paolo Messina, Carmelo Molino, Stefania Montalbano, Nino Orsini, Ildebrando Patamia, Pietro Tamburello, Francesco Vaccaielli e Gianni Varvaro.

Ma già prima - corre l’anno 1955 allorché a Palermo, a cura del GRUPPO ALESSIO DI GIOVANNI, con la prefazione di Giovanni Vaccarella, vede luce l’Antologia POESIA DIALETTALE DI SICILIA - Aldo Grienti è tra i protagonisti: U. Ammannato, I. Buttitta, M. Conti, Salvatore Equizzi, A. Grienti, P. Messina, C. Molino, N. Orsini, P. Tamburello.

Le due sillogi, che all’epoca ebbero vasta eco, testimoniano il primo atto di quel processo appellato il RINNOVAMENTO della Poesia Dialettale Siciliana.

“Oggi la poesia dialettale - scrive tra l’altro Giovanni Vaccarella nella prefazione a POESIA DIALETTALE DI SICILIA - è poesia di cose e non di parole, è poesia universale e non regionalistica, è poesia di consistenza e non di evanescenza. Lontana dal canto spiegato e dalla rimeria patetica, guadagna in scavazione interiore quel che perde in effusione. Le parole mancano di esteriore dolcezza e non sono ricercate né preziose: niente miele e tutta pietra. Il lettore di questa poesia è pregato di credere che nei veri poeti la oscurità non è speculazione, ma risultato di un processo di pene espressive, che porta con sé il segreto peso dello sforzo contro il facile, contro l’ovvio. Perché la poesia non è fatta soltanto di spontaneità e di immediatezza, ma di disciplina. La più autentica poesia dei nostri giorni è scritta in una lingua che parte dallo stato primordiale del dialetto per scrostarsi degli orpelli e della patina che i secoli hanno accomunato, per sletteralizzarsi e assumere quella condizione di nudità, che è la sigla dei grandi.”

“I dialettali - afferma Antonio Corsaro, in prefazione a POETI SICILIANI D’OGGI - non sono mai stati estranei alle vicende della cultura nazionale, anche se disuguale è il loro piano di risonanza. Nell’ambito di una lingua, per dire, ufficiale, che assorbe e trasmette tutte le vibrazioni di un’epoca, il dialetto si presenta come una fuga regionale. Ma in un periodo come il nostro che nella poesia ha versato gli stati d’animo, l’essenza umbratile e segreta dello spirito attraverso un linguaggio puro da ogni intenzione oratoria, i poeti dialettali si trovano

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"IL VOLTO DEL DIAVOLO" Romanzo di Adriana La Terra

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Presentato al Museo Diocesano di Catania il nuovo libro della scrittrice Adriana La Terra- “Il volto del diavolo è un romanzo che profuma di Sicilia e senza esagerare fra qualche anno potremmo vedere la trasposizione cinematografica per la bellezza della scrittura e per l’imponente intreccio storico culturale”. Così il giornalista Santo Privitera dai microfoni della sala conferenze del Museo Diocesano introduce il libro “Il volto del diavolo”, al numeroso pubblico presente, l’ultima fatica letteraria della pluripremiata scrittrice Adriana La Terra, che il prossimo 14 dicembre a Firenze nella splendida location di Palazzo Vecchio riceverà il premio “Firenze, Capitale d’Europa” per la sezione Narrativa edita.Hanno dialogato con l’autrice il professore, ordinario materie letterarie Ferdinando Emanuele, l’editore Alessandra Ulivieri della casa editrice Ibiskos Ulivieri e il giornalista Santo Privitera, i quali hanno raccontato anche attraverso le emozionanti pagine lette dai dicitori Enrico La Delfa ed Orazio Patanè la vita di Iannuzzo u’ patruzzu, vittima ed eroe del suo passato per un libro che parla di Sicilia, di fede, religione e buoni sentimenti.“È un romanzo- dichiara Ferdinando Emanuele- dove è assoluta protagonista Catania paragonata ad una bella addormentata all’ombra del vulcano macchiato di neve ma non è solo questo, perché tra le sue strade eleganti, nelle sue piazze antiche, nei suoi vicoli e dentro le stanze più remote di appartamenti, palazzi antichi dove risiede la gente che conta, ville e casette di campagna proprietà di tapini, esplodono passioni a volte incontrollabili, si enumerano vizi e virtù che riempiono la vita dei siciliani mentre la mafia continua a colpire”. Ed ancora aggiunge: “La domanda fondamentale che fa il vecchio prete forte della sua annosa esperienza agli allievi seminaristi: “Com’è bello o brutto il volto del diavolo?” è la chiave di volta alla quale si legano una serie di avvenimenti molto particolari e avvincenti come il sentimento d’amore per Margherita lasciata per la chiamata di Dio”. Un romanzo storico frutto d’impegno e approfondimento che- come ha spiegato l’editrice Alessandra Uliveri- si legge tutto d’un fiato con quella sana ingordigia letteraria che ci fa sperare di non arrivare mai alla fine della storia e fa innamorare il lettore di qualunque età. 

 Foto di Gianni De Gregorio.

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