L'ULTIMO CUNTASTORIE

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Se l’elefante di pietra potesse parlare, gliele direbbe quattro ai suoi concittadini. Questo perché nel corso del tempo i catanesi di lui ne hanno approfittato un po' troppo. Intorno alla metà del XIX secolo venne proposto il suo allontanamento da piazza Duomo. In tempi più recenti, a seguito del dissesto in cui la città era caduta, ha dovuto subire l’onta dell’affissione del cartello “Si vende” sulla proboscide. Mentre in passato, durante la festa della matricola, i giovani universitari erano soliti lavargli per pura goliardìa le parti intime. Ma per il resto?....Quanta storia è passata attorno al suo “corpo di pietra! Nei primi del ‘900 si verificò un fatto incredibile. Per puro caso non ci scappò il morto. Clamoroso il gesto, rocambolesco il salvataggio.

Responsabile indiretto fu il Sindaco di allora, il quale con una improvvisa ordinanza stabilì di spostare gli spettacoli dei “Cuntastorie” dalla Fontana Lanaria(alla marina), allo spiazzo antistante la Chiesa dell’Indirizzo. Questo luogo meglio conosciuto come “ ‘u ‘ntrizzu” venne considerato dai diretti interessati “Fuori mano”. “Vadda unni n’abbiànu”-commentarono sconsolati i pochi ancora rimasti: “Megghiu canciàri misteri ca fari ‘a fami ccà!” Le solite immancabili voci maligne, come al solito cominciarono a serpeggiare. Secondo queste, i veri responsabili andavano ricercati tra i nobili. La domenica mattina e nelle giornate di festa, a seguito degli assembramenti che si formavano in quella zona, le carrozze erano costrette a zigzagare tra la folla. La conseguente perdita di tempo, irritava cocchieri e passeggeri. In passato si erano pure verificati incidenti fortunatamente di lieve entità. Senza contare gli scontri verbali e le invettive contro l’indisciplinata “plebaglia”. La verità invece era ben altra; coincideva col declino verso cui gli spettacoli do “ Cuntu” lentamente si stavano avviando. Spettatori se ne contavano sempre di meno; inoltre la pattuglia dei Cuntastorie andava assortigliandosi sempre di più.

Da secoli questi artisti svolgevano il loro lavoro davanti quella Fontana raffigurante l’antico bassorilievo della Patrona Sant’ Agata. Questo sito ricorda il luogo dal quale nel 1040 il generale Bizantino Maniace avrebbe imbarcato le sacre reliquie dirette a Costantinopoli. Complice lo scenario mozzafiato offerto dalla marina e dalla Villa Pacini col suo suggestivo ponticello sull’Amenano, nelle giornate di festa si riversava in questi luoghi la maggior parte dei cittadini catanesi. C’era da considerare anche la presenza di folti gruppi di “paesani” richiamati dagli eventi che vi si svolgevano. I Cuntastorie, per la delizia di anziani e bambini, narravano le storie a puntate. Proprio come avviene con le “telenovele” televisive dei nostri giorni. Raccontavano le vecchie leggende cavalleresche appartenenti ai cicli Bretoni e Carolingi: “Buovo. D’Antona, “ i Cavalieri della Tavola Rotonda” fino alle imprese di Orlando e i paladini di Francia. I Cunti in cui si parlava dell’eroe nostrano “Uzeda catanese” erano particolarmente graditi e richiamavano ogni volta una notevole folla di appassionati. Erano leggende cavalleresche in massima parte note perché messe in scena la sera nei teatrini dell’opera dei pupi. Col passare del tempo, questi “artisti di strada”, (come li chiameremo oggi) si acculturarono sempre più. Dal genere popolare passarono a quello più “colto”. Fu allora che cominciarono ad essere declamate opere come “L’orlando innamorato” del Boiardo; “ l’Orlando Furioso” dell’Ariosto e altre ancora. Interi poemi mandati giù a memoria. Ci voleva molta abilità, perché il “Cuntastorie” doveva raccontare mimando personaggi diversi e prestando a ciascuno di loro la voce. Vederli all’opera valeva per intero quel soldo depositato nel piattino. Della loro abilità andavano fieri e non ammettevano interruzioni o, peggio, correzioni. Quando qualche volta dal pubblico si levava una voce: “Maistru, sbagghiàstivu:… e chi si dici accussì??! …La risposta scattava secca e immediata” “ ..E vui ca siti prufissuri, picchì vinìstivu ccà???!!”.

Una volta data esecuzione al provvedimento, i diretti interessati cercarono insistentemente un incontro col primo cittadino, ma gli venne negato. Dall’ultimo messo del Municipio si sentirono perfino rispondere: “Anzi che vi fannu stari ancora….”. La misura fu davvero colma. Uno dei Cuntastorie preso dallo sconforto, ripetendo ossessivamente la frase “Allùra nuàutri cu semu nuddu??! Si recò d’impeto sotto il “Liotru”: lanciò una corda con un cappio all’estremità verso la proboscide, e dopo averla saldamente attorcigliata si lasciò penzolare per il collo. Venne salvato in extremis. Il fatto suscitò pietà e scalpore; così il Sindaco, per mettere a tacere ogni cosa, assicurò al mal capitato un impiego al dazio.

 

Nella foto, un disegno di Giovanni Privitera

Pubblicato su La Sicilia del 21.02.2021

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