Cultura e spettacolo

CIVITOTI IN PRETURA ALL'ORATORIO ESTIVO SAN FRANCESCO DI PAOLA

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Sabato 18 giugno, all’oratorio parrocchiale San Francesco Di Paola, l’omonima compagnia teatrale ha messo in scena in scena “I Civitoti in pretura”, atto unico in dialetto siciliano di Nino Martoglio. Regia di Enrico Pappalardo. La manifestazione è stata organizzata, a scopo di beneficienza, dal Kiwanis Catania Centro in collaborazione con la parrocchia San Francesco Di Paola. Il ricavato servirà a offrire un pranzo completo a famiglie bisognose. Scritto nel 1893, il capolavoro martogliano è un affresco popolare della Catania di fine ottocento. Il luogo di ambientazione è una vecchia pretura urbana, ma i personaggi sono tutti della Civita. Nell’’antico quartiere marinaro del Centro storico etneo, ancora oggi si conservono intatte le antiche tradizioni. Usi e costumi che il tempo non è riuscito a cancellare. Il commediografo belpassese, sulle orme del poeta dialettale Giuseppe Borrello, in questo suo lavoro ha descritto con semplicità il carattere sanguigno dei “Civitoti”. Lo spettacolo è stato preceduto dagli interventi del parroco don Giuseppe Scrivano e del presidente del Kiwanis Centro Avv. Marco Navarria. Entrambi, nel ringraziare il folto pubblico presente, hanno sottolineato quanto sia importante mettere l'arte al servizio della beneficienza. Gli attori sono stati all'altezza della situazione. In poco meno di un mese, con grande impegno sono riusciti a mettere in scena il capolavoro Martogliano. Del cast fanno parte: Melina Pappalardo(Cicca Stonchiti), Enrico Pappalardo(pretore), Santo Privitera(N.Martoglio/don Procopio), Francesco Mergiotti(Usciere), Nunzio Barbagallo(Pubblico ministero), Angela Chimento(Avv.Papalucerna), Orazio Patanè(Cancelliere), Manuel Giunta(messer Rapa), Giuseppe Bivacqua(Masillara), Giusi Bivacqua( Popolana), Maria Zafferano(Popolana), Patrizia Testa(Popolana) ed Enza Strazzulla(Popolana).

Nella foto, il cast.

"IL MIO NOME E' AGATA" NUOVA PIECE DI SANTO PRIVITERA

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Continuano le attività culturali nel quartiere della Civita. Nella chiesa San Francesco di Paola, lo scorso 2 febbraio si è svolta la rappresentazione scenica in forma di lettura, della Pièce “Il mio nome è Agata” liberamente tratto dall’omonimo dramma del giornalista e scrittore Santo Privitera. L’iniziativa rientra nei festeggiamenti agatini programmati dalla parrocchia. Teatro dell’iniziativa, l’altare maggiore dell’Ottocentesca chiesa retta dall’attuale parroco don Giuseppe Scrivano. “Un atto di devozione verso Sant’Agata”-ha dichiarato l’autore- da intendersi non soltanto come evento teatrale ma soprattutto come segno di preghiera”. Per il secondo anno consecutivo, i festeggiamenti agatini non hanno avuto luogo a seguito della pandemia; però le manifestazioni di fede verso la Vergine e Martire Agata non sono mancate. L’opera, messa in scena dalla compagnia teatrale “San Francesco di Paola” diretta dall’attrice Melina Pappalardo, narra la storia di Sant’Agata dal momento della consacrazione fino al martirio finale. A quell’epoca, ordinata dall’imperatore romano Decio, era in corso una violenta persecuzione contro i cristiani. Nella città Etnea, lo spietato proconsole Quinziano(Salvo Cavallaro) mette a ferro e fuoco la città nel tentativo di convertire al paganesimo i seguaci di Cristo. Quando casualmente conosce Agata(Patrizia Testa), se ne innamora perdutamente. E’ disposto a tutto pur di ottenere la sua mano. Al rifiuto della donna, la fa incarcerare. Durante il primo interrogatorio, Agata non solo oppone una tenace resistenza, ma sul piano dialettico fa valere le proprie ragioni. Il proconsole ricorre ad Afrodisia(Graziella Fresta) la meretrice di corte. La donna cerca di convincere Agata attraverso turpi tentazioni; Ella però ostenta un serafico disinteresse. Il Proconsole a questo punto la sottopone a cruento martirio, facendole strappare i seni. Nel Carcere, Agata viene guarita dal miracoloso intervento dell’apostolo Pietro(Santo Privitera). Quinziano è come impazzito; mette in atto un ulteriore interrogatorio. All’ennesimo rifiuto, ordina ai carnefici di farla rosolare nei carboni ardenti. Agata muore. Dopo un serrato confronto con la Caristia(Anna Rita Scuderi) che rappresenta la parte inquisitoria della sua stessa coscienza, Quinziano finirà la propria vita terrena nelle torbide acque del fiume Simeto. Tra gli altri personaggi: Il narratore( Orazio Patanè), il Vescovo(Nunzio Barbagallo), Apolla(Melina Pappalardo), Rao(Gaetano Strano), l’ancella( Maria Zaffarano). Il commento musicale è stato curato dal giovane violinista Karol Buscema.

 

Nelle foto, il Cast e una scena della rappresentazione

 

TEATRO SAN FRANCESCO DI PAOLA: " 'A BIFFA"(LIVELLA) PIECE DI SANTO PRIVITERA

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Nei giorni dedicati ai Defunti, al teatro San Francesco Di Paola è andata in scena “ ‘A Biffa”(livella). Questa Pièce realizzata dal giornalista e scrittore catanese Santo Privitera, che ha pure firmato la regìa, è una rivisitazione ampliata in dialetto Siciliano della celebre lirica “‘A Livella”di Totò. La recita a tre voci( Gaetano Strano, Orazio Patanè e Santo Privitera) di questo componimento nella lingua originale, ha preceduto l’inizio dello spettacolo vero e proprio. Buona la “prima”. Protagonista, la compagnia omonima della parrocchia San Francesco Di Paola situata nel cuore del popolare quartiere della “Civita”.

“ ‘A Biffa” ricalca i temi essenziali della giustizia sociale. Il testo è snello ma intenso nei contenuti. Il tema della morte è affrontato con leggerezza, sostenuto da una comicità dolce-amara che a tratti sembra risentire della “liscìa” tipica del catanese verace. La rappresentazione nata per onorare la memoria dei defunti, allo stesso tempo induce a riflettere sul senso della vita e sull’eguaglianza sociale. “Doppu la motti, non semu cchiù nuddu va…”-l’autore riprende così il concetto su cui si fonda l’intero impianto del suo lavoro. “Quando si parla di uguaglianza-specifica Privitera-si intende anche la parità di genere; non a caso in questa Pièce, rispetto alla lirica in dialetto napoletano che conosciamo, il personaggio del marchese non è un uomo ma una donna”. Anche le figure secondarie hanno un ruolo importante collegato alla realtà che viviamo quotidianamente; a cominciare dalle comparse( Maria Zafferano e Sara Celano) che mentre depongono i fiori sulle tombe, mimano le scene di dolore all’interno del sacro luogo. Durante una visita al cimitero, Turi( Pasquale Andaloro) resta attratto dagli epitaffi incisi sulle tombe. Perde la cognizione del tempo e quando si accorge di essere rimasto chiuso dentro, chiede inutilmente aiuto. Superati i primi attimi di paura, si trova di fronte due fantasmi che conversano animatamente tra loro davanti alle rispettive sepolture. Sono La marchesa Ermelinda delle “sei celle”(Melina Pappalardo) e il netturbino Giuseppe Sciacca( Alessio Cultrera). La donna, rivendicando con arroganza l’appartenenza alla casta nobiliare, invita il povero netturbino a spostarsi il più lontano possibile. Tra i due nasce un dialogo intenso e serrato che alla fine si risolverà con la rassegnazione di lei. Nel contesto appaiono le anime del servo Battista e del giudice Sinibaldo( Orazio Patanè), quest’ultimo relegato all’inferno poiché corrotto in vita. Entrambi, pentiti, vorrebbero riparare le proprie malefatte commesse in terra. Chiude il cerchio Pierina( Anna Rita Scuderi), una vedova bizzarra che mentre in gramaglie piange sulla tomba del proprio marito, se la spassa col nuovo amante. Gli interventi musicali sulle note del canto funebre “Vitti ‘na crozza”, sono stati eseguiti alla chitarra da Carmelo Filogamo. I costumi sono di Melina Pappalardo; la scenografia, di Pina Pappalardo, Margherita Amore e Melinda D’Antona. Le luci, di Pippo D’Andrea. Suggeritrice, Margherita Rosini. Fotografie e video, di Gianni De Gregorio e Nunzio Barbagallo.

Nella foto di Gianni De Gregorio, il Cast al completo

 

 

Catania 05.11.’21

FESTIVAL DI SANREMO...E DI SICILIA

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“Grazie dei fior…fra tutti gli altri li ho riconosciuti; mi han fatto male eppure li ho graditi, son rose rosse e parlano d’amor…”; con “Grazie dei fior” canzone vincitrice della prima edizione, ebbe inizio la storia del festival di Sanremo. Era il 1951. Nilla Pizzi, la cantante che eseguì questo brano, diventò il simbolo della rinascita canora italiana. Si guadagnò l’appellativo di “ reginetta” perché vinse pure l’edizione successiva. Da allora questo concorso partito in sordina, decollò senza subire soste. Nel corso del tempo non lo fermarono né il suicidio del cantautore Luigi Tenco, nè le guerre scoppiate nei diversi angoli del mondo; nè tanto meno le gravi crisi sociali ed economiche attraversate dal Paese. Niente. Neanche l’emergenza Covid è riuscita a bloccarlo. Problemi di sicurezza a parte, tutti si attendevano, anche i fan più fedeli all’evento, un minimo di solidarietà che però non c’è stata da parte dell’organizzazione. Così mentre l’Italia è ancora “ a colori” e con i cinematografi, teatri e luoghi di intrattenimento chiusi da un bel po', la manifestazione canora caratterizzata nel tempo da polemiche, scandali e pettegolezzi va avanti imperterrita per la sua strada. Lo sfarzo è lo stesso e il compenso dei presentatori sempre “bello sostanzioso”. Nei social è già scoppiato un putiferio sulla questione. La maggior parte dei cybernauti, nel criticare gli organizzatori ha sperato fino all’ultimo in un ripensamento; ma a pochi giorni dalla data fissata e con la macchina organizzativa già ben avviata appare impossibile. Cantanti, discografici e conduttori possono tirare un sospiro di sollievo. “Il festival di Sanremo è sempre Sanremo” resta lo slogan preferito dai Sanremesi; guai a chi glielo tocca. L’incombente minaccia di una possibile “diserzione televisiva di massa” quest’anno però è in agguato. Potrebbe riservare sgradevoli sorprese soprattutto a chi ha investito in pubblicità. “Volareee oh, oh,Oh! cantareee Oh, oh oh…” risuona nei ricordi la canzone “Nel Blu dipinto di blu” del grande Domenico Modugno; “ ‘A unni su cchiù ddi tempi!!!....Chiddi èrunu canzuni…chi ssu’ sti sgrusci di oggi?!...I canzuni straneri?….e cu ‘i capìsci?!! I più tradizionalisti vanno ripetendo questo “refrain”, convinti come sono che, usciti di scena gli antichi organizzatori compreso il nostro Pippo Baudo, nulla è stato più come prima. Una volta, calato il sipario, all’indomani già si canticchiavano i motivi che erano stati in gara. Sin dalle prime ore del mattino, file interminabili di persone prendevano d’assedio i negozi di dischi. Ognuno attendeva pazientemente di acquistare i vinili 45, 33 giri o musicassette con le nuove canzoni del festival. Oggi invece la manifestazione cade immediatamente nel dimenticatoio perché il prodotto pubblicitario ha soverchiato quello artistico. Forse pochi ricordano che negli anni ’50 dello scorso secolo, anche in Sicilia furono organizzati eventi canori di rilievo nazionale. A Palermo e Catania in particolare. Erano i festival dei dialetti d’Italia. Ottima invenzione durata però troppo poco. Nel capoluogo etneo, sponsorizzato dall’Ente provinciale per il turismo, si svolsero due edizioni: nel 1953 alla Villa Bellini; nel 1954, molto più sfarzosa della prima, al boschetto della Playa. Parteciparono i migliori cantanti dell’epoca; quelli che proprio il festival di Sanremo e di Napoli allora al massimo della notorietà avevano consacrato. Alcuni nomi su tutti: Gino Latilla, Grazia Gresi, Narciso Parigi, Pina Lamara, Franco Ricci, Jula De Palma. Tra i cantanti catanesi in gara, Walter Bruno, Michele Sottile, Nino Marletta (meglio conosciuto come Ninu Valuri ). Tutti nomi che i giovani di oggi sconoscono ma che gli appassionati di musica leggera e i cultori più attempati conoscono bene. La direzione artistica affidata al M° Dino Olivieri fu di grande qualità, così come i presentatori Corrado Mantoni e Nunzio Filogamo. Quest’ultimo è rimasto famoso per l’accattivante incipit col quale esordiva sul palcoscenico: “Cari amici vicini e lontani, buonasera…! La città era tutta in fermento, anche perché le prove musicali si svolgevano al Teatro Massimo Bellini. La folla di ammiratori si radunava davanti ai cancelli a caccia di un autografo e di un sorriso elargito dall’artista preferito. “…Sunu ‘i stissi di comu si vìrunu a televisioni…” erano i commenti. Gli artisti partecipanti arrivarono al boschetto a bordo dei Carretti siciliani fregiati di tutto punto. I cavalli bardati come nelle grandi occasioni, preceduti dai Canterini Etnei che ballavano al suono tambureggiante di friscaletti, fisarmoniche, chitarre e mandolini, si muovevano tra due ali di folla plaudente. Uno spettacolo prima dello…spettacolo. Durò tre giorni. Tra le tante canzoni in gara: napoletane, venete e di altre regioni, ne furono premiate due in dialetto siciliano: “Focu vivu” cantata da una sensuale Jula De Palma, e “Mi sconcica” brano del conterraneo Turi Tropea, eseguito da Grazia Gresi. Il premio assegnato fu in denaro. Le polemiche!?...ci furono anche qui. Arrivarono sotto forma di diffida da parte un vicino istituto religioso la cui direzione si ritenne offesa e infastidita “per il frastuono e per i contenuto troppo disinvolto di alcune canzoni in gara.”

 

Nella foto, la cantante Nilla Pizzi all'epoca del suo primo trionfo a Sanremo.

Pubblicato su La Sicilia del 28.02.2021

L'ULTIMO CUNTASTORIE

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Se l’elefante di pietra potesse parlare, gliele direbbe quattro ai suoi concittadini. Questo perché nel corso del tempo i catanesi di lui ne hanno approfittato un po' troppo. Intorno alla metà del XIX secolo venne proposto il suo allontanamento da piazza Duomo. In tempi più recenti, a seguito del dissesto in cui la città era caduta, ha dovuto subire l’onta dell’affissione del cartello “Si vende” sulla proboscide. Mentre in passato, durante la festa della matricola, i giovani universitari erano soliti lavargli per pura goliardìa le parti intime. Ma per il resto?....Quanta storia è passata attorno al suo “corpo di pietra! Nei primi del ‘900 si verificò un fatto incredibile. Per puro caso non ci scappò il morto. Clamoroso il gesto, rocambolesco il salvataggio.

Responsabile indiretto fu il Sindaco di allora, il quale con una improvvisa ordinanza stabilì di spostare gli spettacoli dei “Cuntastorie” dalla Fontana Lanaria(alla marina), allo spiazzo antistante la Chiesa dell’Indirizzo. Questo luogo meglio conosciuto come “ ‘u ‘ntrizzu” venne considerato dai diretti interessati “Fuori mano”. “Vadda unni n’abbiànu”-commentarono sconsolati i pochi ancora rimasti: “Megghiu canciàri misteri ca fari ‘a fami ccà!” Le solite immancabili voci maligne, come al solito cominciarono a serpeggiare. Secondo queste, i veri responsabili andavano ricercati tra i nobili. La domenica mattina e nelle giornate di festa, a seguito degli assembramenti che si formavano in quella zona, le carrozze erano costrette a zigzagare tra la folla. La conseguente perdita di tempo, irritava cocchieri e passeggeri. In passato si erano pure verificati incidenti fortunatamente di lieve entità. Senza contare gli scontri verbali e le invettive contro l’indisciplinata “plebaglia”. La verità invece era ben altra; coincideva col declino verso cui gli spettacoli do “ Cuntu” lentamente si stavano avviando. Spettatori se ne contavano sempre di meno; inoltre la pattuglia dei Cuntastorie andava assortigliandosi sempre di più.

Da secoli questi artisti svolgevano il loro lavoro davanti quella Fontana raffigurante l’antico bassorilievo della Patrona Sant’ Agata. Questo sito ricorda il luogo dal quale nel 1040 il generale Bizantino Maniace avrebbe imbarcato le sacre reliquie dirette a Costantinopoli. Complice lo scenario mozzafiato offerto dalla marina e dalla Villa Pacini col suo suggestivo ponticello sull’Amenano, nelle giornate di festa si riversava in questi luoghi la maggior parte dei cittadini catanesi. C’era da considerare anche la presenza di folti gruppi di “paesani” richiamati dagli eventi che vi si svolgevano. I Cuntastorie, per la delizia di anziani e bambini, narravano le storie a puntate. Proprio come avviene con le “telenovele” televisive dei nostri giorni. Raccontavano le vecchie leggende cavalleresche appartenenti ai cicli Bretoni e Carolingi: “Buovo. D’Antona, “ i Cavalieri della Tavola Rotonda” fino alle imprese di Orlando e i paladini di Francia. I Cunti in cui si parlava dell’eroe nostrano “Uzeda catanese” erano particolarmente graditi e richiamavano ogni volta una notevole folla di appassionati. Erano leggende cavalleresche in massima parte note perché messe in scena la sera nei teatrini dell’opera dei pupi. Col passare del tempo, questi “artisti di strada”, (come li chiameremo oggi) si acculturarono sempre più. Dal genere popolare passarono a quello più “colto”. Fu allora che cominciarono ad essere declamate opere come “L’orlando innamorato” del Boiardo; “ l’Orlando Furioso” dell’Ariosto e altre ancora. Interi poemi mandati giù a memoria. Ci voleva molta abilità, perché il “Cuntastorie” doveva raccontare mimando personaggi diversi e prestando a ciascuno di loro la voce. Vederli all’opera valeva per intero quel soldo depositato nel piattino. Della loro abilità andavano fieri e non ammettevano interruzioni o, peggio, correzioni. Quando qualche volta dal pubblico si levava una voce: “Maistru, sbagghiàstivu:… e chi si dici accussì??! …La risposta scattava secca e immediata” “ ..E vui ca siti prufissuri, picchì vinìstivu ccà???!!”.

Una volta data esecuzione al provvedimento, i diretti interessati cercarono insistentemente un incontro col primo cittadino, ma gli venne negato. Dall’ultimo messo del Municipio si sentirono perfino rispondere: “Anzi che vi fannu stari ancora….”. La misura fu davvero colma. Uno dei Cuntastorie preso dallo sconforto, ripetendo ossessivamente la frase “Allùra nuàutri cu semu nuddu??! Si recò d’impeto sotto il “Liotru”: lanciò una corda con un cappio all’estremità verso la proboscide, e dopo averla saldamente attorcigliata si lasciò penzolare per il collo. Venne salvato in extremis. Il fatto suscitò pietà e scalpore; così il Sindaco, per mettere a tacere ogni cosa, assicurò al mal capitato un impiego al dazio.

 

Nella foto, un disegno di Giovanni Privitera

Pubblicato su La Sicilia del 21.02.2021

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