CICCIO BUCCHERI BOLEY, POETA SATIRICO CATANESE.

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Se i poeti satirici della prima metà del ‘900 tornassero in vita, chissà cosa scriverebbero della Catania attuale. Certo non la riconoscerebbero più. Nel frattempo si è estesa nelle periferie; sono sorti altri quartieri ma il Centro storico, a parte le moderne automobili e i mezzi pubblici che hanno sostituito le carrozze, non è cambiato granchè. E’ rimasto però nei suoi abitanti il carattere focoso e quella certa ironia che tradotta in termini popolari più moderni è meglio conosciuta come “Liscìa”. Insomma, la Catanesità è rimasta quella di allora; oggi amplificata e divulgata maggiormente grazie alla tecnologia. “Facebook”, “Wahatsapp” “Messenger” e diavolerie varie: “Ah chi ssu sti cosi?....si magiunu!!??” No caro Francesco Buccheri Boley detto “Ciccio”…si digitano” …“Ah!!!?”. Appunto!...Ciccio Buccheri Boley, chi era!!?? Era un poeta Satirico catanese vissuto a cavallo tra l’800 e il ‘900. A quell’epoca la città etnea pullulava di nomi altisonanti nel campo della poesia dialettale e non. Nino Martoglio, Giuseppe Nicolosi Scandurra, Giovanni Formisano, Agatino Perrotta(Cèrvantes) furono tra questi. Un certo Mario Rapisardi era ancora in vita, e con i suoi irruenti versi combatteva contro il mondo intero. I giornali satirici non mancavano di certo; anzi, per dirla “ ‘a Catanisa”: proliferavano come le “caramelle carrubbe”. Nato nel 1878, la sua scomparsa risale al febbraio del 1961; quando Catania, in pieno sviluppo economico e sociale, si apprestava ad essere la “Milano del sud”. Lo ricordiamo adesso a sessant’anni dalla sua scomparsa. Per quei tempi fu un poeta estroso; lo si intuisce già da quel “Boley” aggiunto al suo nome e cognome di battesimo. “Boley” era la marca di un tornio ad alta precisione, utilizzato nei laboratori di orologeria. Lui che faceva questo mestiere lo volle fare suo. Intendeva sembrare “sbrex”, come direbbero di giovani d’oggi, ovvero molto sbarazzino. “Comu ‘u virìti ‘u scriviti” dicevano di lui i catanesi che lo conoscevano bene. Egli ne andava fiero tanto da descriversi in una delle famose liriche dialettali: “ ‘N metru e cinquanta è la statura mia,/ curpuratura e frunti rigulari;/ Lu nasu pari ‘na gran ciminìa/ ‘na cosa ca fa a tutti stranizzari!.../ Occhi sgridati, vucca picciridda,/ Ed un mustazzu grossu a la sbirragghia,/ Lu varvaròttu quantu ‘na nucidda,/ E pri lu restu…amaru cu’cci ‘ngagghia!...” (Lu mè ritrattu)”. Abitando in via Vittorio Emanuele a pochi metri da piazza Duomo, amava recarsi tutte le mattine a salutare l’elefante di pietra ”. “Molte delle sue liriche”-afferma la nuora Nuccia Meo Bucchieri di Boley,- “sarebbero nate proprio sotto l’ombra ispiratrice dell’amato Liotru”. Cicciu Buccheri collaborò con quasi tutte le riviste satiriche esistenti a quell’epoca in città: Dal “D’Artagnan” di Nino Martoglio, al “Lei è Lariu”; dal “Piss…Piss” a “Scupa”. Salvo rare eccezioni, la sua fu sempre una “Toccata e fuga”. La vena polemica che lo caratterizzava, lo faceva inevitabilmente cozzare anche con i suoi colleghi. I malcapitati presi di mira, alcuni dei quali “notabili della città” minacciarono querele a mai finire. Provò per qualche tempo a dirigerne una di queste riviste, ma dovette lasciare per evitare di mettersi seriamente nei guai. Non perse mai la voglia di pubblicare libri di poesia. La sua produzione fu cospicua; scrisse 23 opere. “Cari ricordi” fu la prima, realizzata in età giovanile nel 1899. Qui il contenuto delle poesie mostravano un certo romanticismo di fondo, tant’è che molte di esse vennero musicate da noti musicisti dell’epoca. Tra questi ricordiamo Nunzio Tarallo, il suo più grande amico purtroppo perito nel corso della Prima guerra mondiale. Quelle che seguirono furono opere tutte satiriche: “Tempu persu”, “Amuri e peni”, “Cicalati”, “Cori di tigri”, “Mali frusculi”, “Cannunati”, “Cosi cu micciu”, “Vasuni e nirvati” ed altre. La sua fu una satira molto pungente e realistica al tempo stesso, tendente a mettere a nudo i vizi di una certa borghesia catanese che mostrava titoli che non possedeva: “ All’autru jornu ‘nta la piscaria/ ‘a vuci forti dissi: …Cavaleri”/ si nni vutàru, su l’onuri miu…/ ‘na cinquantina, davanti e dàrreri…/ Ma chiddu ca mi fici stranizzari/ fu ca ‘n va porta si vutò macari!!!/ (Non c’è cchiù munnu). I va porta della pescheria erano ragazzi molto poveri che per guadagnarsi qualche spicciolo, aiutavano i clienti a portare la spesa. Figura da tempo scomparsa. Durante l’epoca del fascismo in cui la satira era guardata con sospetto, si inventò una poesia “criptica” allusiva e dal vago sapore licenzioso. Nel dopoguerra cominciò a satireggiare sulla politica, imprimendo ai suoi componimenti un tono di denuncia contro le carenze amministrative della sua città. Rimase coerente sino alla fine. Lo scrittore e critico Renato Pennisi annota: “mentre il poeta agonizzava, si era già nel pieno clima della festa di Sant’Agata. Sentendo i botti fragorosi delle “Muschitterie” si sarebbe lasciato scappare: “Staiu murennu e mi stanu sparannu ‘u focu!!!”.

 

Nella foto di Francesco Buccheri Boley

Articolo pubblicato su La Sicilia, domenica 07.02.'21

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