MARCO SCALABRINO: ''IL NOSTRO DIALETTO SICILIANO E' GIA' NEL FUTURO''

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Dialetto si', dialetto forse. Il dilemma rimane. Nonostante le leggi regionali varate per imporlo nelle scuole come materia didattica, l'iniziativa non decolla ancora come dovrebbe. Tutti i tentativi si sono arenati al momento dell'applicazione. Ma più' che un problema linguistico e' un problema culturale. Nell'era della globalizzazione, un dialetto che si evolve e' sinonimo di un popolo vivo sempre al passo coi tempi. Il critico letterario Marco Scalabrino, sostenitore di un nuovo rinnovamento che ha nella pratica e nella conoscenza della cultura siciliana i presupposti essenziali, espone il suo punto di vista. Il Professore trapanese, infaticabile conferenziere, saggista noto anche nelle comunità' siciliane d'oltre oceano, autore di una trentina di opere tra sillogi e traduzioni di opere in lingua straniera, ammette nella nostra breve chiacchierata, che il trapasso tra un secolo e l'altro e da un millennio all'altro e' stato più' faticoso del previsto.

Quanto incide oggi l’esterofilismo nel dialetto siciliano?

Il siciliano, è notorio, affonda le proprie radici nel tempo. Taluni studiosi ritengono che i Siculi – già stanziati nella nostra isola attorno all’anno 1.000 a.C. – vi fossero giunti dall’India e che la loro lingua doveva essere, se non proprio la sanscrita, una che certamente ne derivava; Lucio Apuleio, nel secondo secolo d.C., registrava che i siciliani parlavano tre lingue: il greco, il punico e il latino; a motivo dei numerosi altri “ospiti” che, da allora e fino al XIX secolo, sono poi approdati ai nostri lidi, si sono fra gli altri avvicendati l’arabo-siculo, il franco-siculo, l’ispano-siculo, eccetera. L’esperienza ci induce pertanto a valutare che non vi possa essere invasione aliena che possa scardinare il siciliano, assalto ovvero che esso non sia in grado, oggi come in ogni precedente circostanza, di reggere e di integrare senza per questo abdicare alla propria identità, anzi arricchendosene. D’altronde, giusto per il proprio ultra-millenario spendersi, necessariamente esso deve fare i conti col fronte magmatico dei tempi moderni, con l’arrembante tecnicizzazione, con l’imperante inglesizzazione. È inevitabile dunque, è nell’ordine naturale delle cose che, come ogni lingua, per sopravvivere esso venga a contaminarsi, debba adeguarsi al mondo che evolve.    

 Si è parlato di una koinè impossibile obiettivo da raggiungere; è d’accordo su questo?

La koinè, per esteso koinè diálektos (lingua comune), l’adozione in buona sostanza di un codice condiviso di scrittura, è per antonomasia, e paradossalmente per ossimoro, un termine e un tema che segnatamente nei decenni afferenti alla seconda metà del Novecento ha in guisa lancinante diviso e contrapposto, anche all’interno dei rispettivi ambiti, gli studiosi e gli scriventi del dialetto siciliano. La si liquidi, se si vuole, quale una mera utopia! E tuttavia non si precluda l’eventualità di percorrerne la strada a quanti, viceversa, abbiano in animo di porre in atto il raccordo fra essa e la poesia dialettale siciliana, a chiunque ossia ritenga che la poesia siciliana abbia a misurarsi con il rigore della forma, con la disciplina, a coloro che la avvertano quale un luminoso traguardo e una prassi compatibile con l’esercizio della poesia siciliana. Che ci sia allora cuore, passione, ingegno in chi scrive; ma, parimenti, non vi difetti la forma, la coerenza, la scelta! Non si creda che basti essere nati – e cresciuti – nell’Isola per scrivere il siciliano! Noi tutti ne siamo sì, in virtù di ciò, dei parlanti. Per acquisire l’altra qualità, la qualità che ci qualifichi scriventi, occorrono (a mio avviso) un preliminare apprendistato, un impegno volto alla conoscenza del dialetto, delle opere in dialetto degli autori siciliani e degli archivi inerenti sia all’uno che agli altri, la frequentazione di una propedeutica bottega di scrittura. In definitiva, bisogna che si ami il siciliano, che lo si studi, che lo si accudisca; bisogna che ogni scrivente acquisisca coscienza, determinatezza, responsabilità del proprio dettato.      

 Dopo quello dei Trinacristi, ci sono stati altri tentativi di rinnovamento nella poesia dialettale siciliana?

Il Trinacrismo, movimento sorto nel 1944 a Catania e i cui princìpi vennero illustrati in un articolo di Salvatore Camilleri apparso su Il Manifesto di Bari nel febbraio 1946, era composto – lo si chiarisce a beneficio di quanti non ne avessero contezza – appunto da Salvatore Camilleri, che ne era l’animatore, da Mario Biondi, che ne suggerì la denominazione, da Enzo D’Agata, da Mario Gori e da altri, i quali già appartenenti all’Unione Amici del Dialetto, presieduta da Giovanni Formisano, se ne distaccarono. Pressoché contemporaneamente, sul versante della Conca d’Oro, alla scomparsa nel 1946 di Alessio Di Giovanni, quel primo nucleo di poeti che comprendeva talune fra le voci più impegnate dell’Isola prese il nome del maestro e si denominò giusto Gruppo Alessio Di Giovanni. In questo caso, però, non ci fu alcun manifesto, né l’ausilio di un apparato critico, né un riscontro adeguato sulla stampa. Fra i capisaldi programmatici di questi ultimi vi erano l’elaborazione e l’adozione di una koinè siciliana e, inderogabile, la nozione dell’impegno; impegno inteso come partecipazione, anche con gli “atti di poesia, alla costruzione di una società libera e giusta, cosciente di potere progredire solo nella pace e nella concordia fra i popoli”. Usciti dalle macerie materiali e morali della seconda guerra mondiale, costoro, ovvero i Trinacristi e il Gruppo Alessio Di Giovanni, elessero loro maestri i simbolisti francesi e le avanguardie europee e affrontarono i problemi della poesia dialettale siciliana riguardanti la forma e il contenuto, la libertà metrica e sintattica e, soprattutto, l’urgenza del rinnovamento. Stagione tra il 1945 (si svolse a Catania il 27 ottobre di quell’anno il Primo raduno di poesia siciliana) e la metà circa degli anni Cinquanta (correva l’anno 1958 allorché si tenne a Palermo l’ultima manifestazione del Gruppo Alessio Di Giovanni), il Rinnovamento della poesia dialettale siciliana fu, quindi, stagione fondata sui testi e sugli esiti artistici individuali di giovani poeti dialettali prevalentemente palermitani e catanesi quali, oltre a Camilleri, Biondi, D’Agata e Gori sopra menzionati, Ugo Ammannato, Miano Conti, Antonino Cremona, Salvatore Di Marco, Salvatore Di Pietro, Aldo Grienti, Paolo Messina, Carmelo Molino, Nino Orsini, Elvezio Petix, Pietro Tamburello, Gianni Varvaro e altri. Un po’ protrattasi dopo di loro per gli anni Sessanta e Settanta, la fiamma del rinnovamento andò poi gradatamente spegnendosi. 

  È vero quanto affermano i “puristi” che i dialetti sono fuorvianti rispetto alla lingua madre italiana?

Di che lingua madre italiana stiamo parlando? Mi si permetta di riferire talune autorevoli fonti. “Tecnicamente – afferma Roberto Bolognesi – i termini lingua e dialetto sono interscambiabili… il loro uso non implica alcuna distinzione genetica e/o gerarchica. Tutti i cosiddetti dialetti italiani sono lingue distinte e non dialetti dell’Italiano”; “Il dialetto – assevera Salvatore Riolo – non è corruzione né degenerazione della lingua e non potrebbe mai esserlo, perché i dialetti non sono dialetti dell’italiano, non derivano cioè da esso”; “Una lingua – sostiene Max Weinreich – è un dialetto con un esercito e una bandiera”. Se ne evince, stando così le cose, che la distinzione tra lingua e dialetto “non ha a che fare con le caratteristiche interne di una lingua (fonetica, grammatica, lessico, struttura), bensì con le caratteristiche della comunità che la parla e in particolare con la sua volontà e la sua capacità di trasformare in realtà politica un sentimento identitario che si esprime attraverso la lingua”. La differenza perciò “consiste – asseriscono Luca Serianni e Giuseppe Antonelli – nella più limitata diffusione del dialetto rispetto alla lingua, nella sua minore importanza politica”, nel carattere di ufficialità che al dialetto viene negato; e ciò nasce da cause puramente storiche e sociali”. Ne è esempio lo stesso nostro italiano, il quale altro non è che il fiorentino assurto a lingua. Sulla base dei parametri appena esposti, il termine definitorio lingua non si addice al siciliano e nondimeno l’appellarlo dialetto nulla gli sottrae e niente affatto lo sminuisce.

 Com’è cambiato il dialetto siciliano negli ultimi trent’anni?

Il recente trapasso da un secolo all’altro e da un millennio all’altro, a mio parere e dal mio remoto avamposto, è da ritenere il più faticoso che esso abbia mai vissuto.

 

Pubblicato sul quotidiano La Sicilia il 6 Giugno 2020

Nella foto di repertorio, Marco Scalabrino( secondo da Sinistra) e' con Carmelo Furnari, Salvatore Camilleri e Santo Privitera 

 

 

 

 

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